Il farmaco negato

Perché il mio medico non vuole prescrivermi il farmaco che chiedo?!?”. La domanda se l’era posta più volte, Daniela – 50 anni, impiegata, vive e lavora nel Padovano –, prima di raccontarci la sua vicenda, che in realtà ci è sembrata consueta, comune. Proprio per questo abbiamo deciso di proporla. Come a lei, anche a molti di noi capita infatti di ritrovarci increduli e un po’ delusi di fronte al medico che non  soddisfa una nostra richiesta.
Daniela, in particolare, ci ha raccontato di un problema di colesterolo alto, scoperto  in seguito ad analisi del sangue fatte per un controllo cardiologico.
Il cardiologo, quando vide gli esiti, le prescrisse un farmaco a base di rosuvastatina. Allora Daniela si recò dalla sua dottoressa di base per farselo trascrivere su ricetta mutuabile, ma questa le disse che quel farmaco era “eccessivo” per il suo problema.  Le prescrisse così un analogo, a base di simvastatina.
Non ci sarebbe molto da riflettere qui: se un medico non prescrive un particolare farmaco ad una sua paziente è perché le “linee guida” per quella malattia non lo consentono. La scienza medica del resto si esprime sempre più attraverso linee guida, protocolli terapeutici, indicazioni e procedure che, se da un lato rendono le pratiche di cura più omogenee e confrontabili, dall’altro rendono più rigido e codificato il rapporto con paziente.
Daniela inizialmente accettò il cambiamento, come ha raccontato si fidava della sua dottoressa,  che la segue da molti anni. Prese dunque la simvastatina per alcuni mesi, dopodiché ripeté l’esame del sangue e poiché la situazione non era mutata rispetto al primo esame, pensò di rinnovare la richiesta alla dottoressa. Ne ottenne un nuovo rifiuto.
Probabilmente più di qualcuno di noi, nel ruolo di paziente, ha avuto dei momenti in cui ha rimpianto di non essersi mostrato abbastanza sicuro e risoluto ma di essersi affidato, nonostante l’incertezza, a decisioni non molto condivise ma alla fine accettate, perché basate su un patrimonio di conoscenza che non possediamo.
Non è improbabile, poi, che abbiamo fatto esperienza di un percorso di cura, intrapreso su indirizzo del nostro medico, con la percezione che non fosse il migliore possibile. Semplicemente era quello che meglio conciliava le nostre aspettative con la necessità di un controllo dell’uso delle risorse pubbliche, istanza di cui il nostro medico è palesemente portatore.
Come ci ha aiutato a capire un medico di famiglia  operante nella provincia di Padova, i medici ormai da diversi anni sono chiamati a svolgere la propria attività professionale secondo criteri di “appropriatezza”. Devono cioè utilizzare risorse – anche economiche – adeguate alla patologia da curare, stando attenti a non ricorrere a tecnologie o farmaci costosi, se non sono strettamente indispensabili. Secondo il medico che abbiamo interrogato bisogna considerare che i pazienti “ non ragionano in termini di appropriatezza, ma di paura”, cioè di timore per le conseguenze di una malattia, il che può indurre a volte il medico ad adottare soluzioni discutibili da un punto di vista medico-scientifico. Rivendicando la complessità, spesso non facilmente percepibile, di certe situazioni, ci ha detto che, a rigor di regola, il farmaco per il colesterolo prescritto dallo specialista è da usarsi solo in determinati casi, nei quali probabilmente Daniela non rientra. Inoltre, ci ha informati del fatto che il colesterolo alto, da solo, non è più considerato un fattore di rischio per la salute del paziente.
In effetti, ci sembra che tanto più la medicina si promuove ai nostri occhi come il luogo della ricerca continua e della messa  in disponibilità di nuove tecnologie e terapie innovative, tanto più acquista forza l’idea che esistano molte e potenti barriere all’accesso alle nuove cure. In altre parole, non ci sentiamo mai sicuri che riusciremo ad avere la cura migliore.
E Daniela, anche lei, voleva la cura che a suo parere si era dimostrata la migliore. Si decise allora ad acquistare il farmaco indicatole dallo specialista, pur sapendo che la spesa sarebbe presto diventata un peso eccessivo nell’economia della famiglia.
Ebbene, stavolta, dopo solo un mese di terapia, un nuovo controllo del sangue mostrò che il tasso di colesterolo era sceso significativamente. Questo risultato le fece credere che la dottoressa ora si sarebbe convinta e finalmente le avrebbe prescritto il farmaco rivelatosi efficace.  Così tornò ancora da lei, ma ne ottenne solo parole di biasimo per non aver avuto pazienza: secondo la dottoressa avrebbe dovuto invece insistere con il farmaco prescritto, assumerlo più a lungo prima di ripetere il controllo.
Rimanere bloccata a chiedersi se il suo medico era davvero insensibile alla sua situazione non avrebbe portato Daniela lontano. Non è infrequente tuttavia che ci arrovelliamo attorno a dubbi e questioni che ci tolgono la serenità, e che forse non avrebbero neppure motivo di essere se il nostro medico ci aiutasse a capire le ragioni delle proprie decisioni, se trattasse il nostro caso con trasparenza.
Qualche volta, però, ci rimbocchiamo le maniche e scopriamo che una via d’uscita c’è ed è stata già praticata da altri.
Anche Daniela lo ha fatto. Ora va in farmacia a prendere il suo bel farmaco efficace sventolando la sua ricetta mutuabile. Non vi diciamo come c’è riuscita e neppure rimettiamo in gioco il medico che abbiamo interpellato,  per farvi dare qualche indizio.

Ma dite, secondo voi come sono andate le cose?

Postate sul sito le vostre risposte, le considerazioni ed eventualmente il racconto di esperienze analoghe. Vi proponiamo un’ interpretazione della vicenda: vai a PUNTO DI VISTA
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