Cura degli anziani: più integrazione e meno gerarchie.

Assistenza agli anziani: un convegno in Polesine. Tra i relatori  un responsabile di C&P. Ecco una sintesi del suo intervento.

Giovedì 18 Ottobre, presso il teatro comunale “Cotogni” di Castelmassa, nell’ambito dell’iniziativa “Ottobre 2012- mese dell’anziano”, si è tenuto un convegno organizzato da Confcooperative Rovigo sul tema: “ Cooperazione e cura degli anziani. Famiglie, rete dei servizi, assistenza pubblica e privata”.
Il convegno, rivolto oltre che alla cittadinanza a tutti gli operatori socio-sanitari, agli amministratori locali, ai volontari ed alle associazioni, ha affrontato il tema della non autosufficienza dell’anziano e delle sfide che comporta al sistema dei servizi in termini sanitari, sociali e psicologici, oltre che di gestione delle risorse economiche ed organizzative.
Nell’invito a partecipare mi era stato chiesto di esaminare il cambiamento della popolazione e le nuove prospettive che esso può determinare nell’assistenza agli anziani, in particolare a quelli definiti “fragili”, cioè quegli anziani in cui si sommano più patologie, determinando un quadro clinico complesso.
Per poter collegare meglio la mia riflessione alla realtà territoriale in cui si è svolto il convegno ho deciso di fare una piccola indagine, intervistando alcuni protagonisti dell’assistenza domiciliare agli anziani, dagli operatori ai dirigenti sanitari, dagli amministratori pubblici agli utenti, inserendo i loro punti di vista nel quadro più ampio della trasformazione sociale, culturale e demografica del Veneto.
L’invecchiamento della popolazione è uno dei fattori di cambiamento della società veneta ma naturalmente non è l’unico; il suo tessuto sociale è profondamente mutato negli ultimi decenni e possiamo individuarne alcuni indicatori: un numero sempre crescente di persone con un grado di istruzione elevato che esprimono i propri bisogni con maggiore competenza e determinazione, innescando a volte una conflittualità con gli addetti ai lavori, una smisurata circolazione di informazioni sanitarie che spesso smentendosi reciprocamente rendono ondivaghe e contraddittorie le aspettative dei cittadini, la moltiplicazione dei saperi professionali che comporta sovente una sovrapposizione di erogazioni assistenziali scarsamente integrate. Nella breve ricerca condotta presso alcuni dei protagonisti del welfare locale polesano sembra emergere che ciascuna figura professionale sia concentrata sul proprio compito, sull’efficacia dello stesso e sulla rapidità di esecuzione, il che è perfettamente comprensibile data la scarsità di tempo e di risorse umane con cui bisogna fare i conti. Appare carente invece la comunicazione, lo scambio di informazioni, soprattutto fra gli operatori sanitari e quelli del sociale. E’ vero che da questo punto di vista la situazione è molto varia: ci sono realtà territoriali dove l’integrazione c’è e funziona bene, altri dove è quasi del tutto assente.
Dalle interviste a infermieri e operatori sociali si è manifestata anche un’asimmetria di potere a favore del sanitario rispetto al sociale, nel senso che, nella gestione del cittadino assistito, le scelte di tipo sanitario prevalgono su quelle di tipo sociale determinando una sorta di subalternità degli operatori di quest’ultimo settore. Si dirà che è normale perché lo stesso cittadino fra i benessere fisico e quello sociale sceglie il primo, però si trascura così che spesso il secondo è il presupposto del primo. Una persona anziana subisce infatti delle conseguenze sulla propria salute non solo se vive in una situazione abitativa degradata ma anche se la sua situazione sociale è compromessa.
Spesso associata alla vecchiaia c’è una perdita d’indipendenza, a cui l’anziano reagisce in modi diversi, a seconda soprattutto del suo percorso di vita e quindi della personalità che ha sviluppato nel corso di tanti anni. Nelle interviste che ho fatto mi sono imbattuto in un signore, nemmeno molto anziano ma colpito da una patologia invalidante, che soffre più che per il  suo male per la perdita di autonomia e del ruolo di asse portante della famiglia.
A volte anche l’integrazione fra componenti diverse del settore sanitario risulta difficoltosa, ad esempio fra il personale dei reparti ospedalieri e coloro che operano nel territorio. Per un’infermiera domiciliare conoscere in anticipo le problematiche, non solo mediche ma anche infermieristiche, di un paziente dimesso faciliterebbe molto l’efficienza del suo intervento, come mi hanno raccontato alcune giovani infermiere che lavorano con pazienti a domicilio.  Parlando di assistenza domiciliare agli anziani un accenno va fatto anche alla figura delle cosiddette  “badanti”, sempre più presenti nelle nostre comunità. Dagli operatori socio-sanitari e dagli utenti intervistati viene fuori un ritratto controverso di queste assistenti: a volte sono viste come indispensabile supporto e utili collaboratrici, altre volte come ostacolo ad una corretta assistenza. Dove invece si è perseguita una politica di facilitazione culturale (che significa anche solo allestire dei corsi di italiano) si ottengono dei risultati incoraggianti, come è emerso dalla testimonianza di un primo cittadino polesano.
Sebbene la maggioranza del pubblico presente al convegno fosse costituita da addetti ai lavori, ho registrato un certo interesse da parte dei cittadini anziani più per l’esame dell’esperienza di invecchiare, cioè come chi invecchia vive questa tappa della vita, che per agli aspetti di carattere bio-medico. In particolare, alcuni si sono riconosciuti nella descrizione del conflitto di potere che spesso si accende nella famiglia quando uno dei suoi membri diventa, a causa dell’età, più debole e meno autonomo. Altri si sono trovati d’accordo con chi afferma che, se è vero che lo Stato oggi interviene, almeno in parte, nell’assistenza agli anziani (mentre in passato ciò era totalmente a carico della famiglia), è altrettanto vero che questo comporta spesso un isolamento dagli altri, anche fisicamente, in strutture costruite apposta.
In conclusione l’auspicio, peraltro non nuovo, è che si costruiscano percorsi partecipativi che coinvolgano utenti e operatori e che rappresentino il presupposto per una governance del welfare basata sull’elaborazione di un pensiero comune per la nascita del quale non è sufficiente sedersi attorno allo stesso tavolo. (Alessandro Addorisio)

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