Ospedali e [dis]orientamento

Con questo post ci soffermiamo un po’ sull’ospedale: una breve riflessione che anticipa per il nostro blog prossimi approfondimenti di un tema che, aperto grazie al contributo della nostra ultima testimonial, è sempre attuale nel dibattito pubblico, sebbene spesso la prospettiva sia quella della spesa sanitaria. C&P vuole farne emergere aspetti diversi, i più quotidiani, apparentemente secondari, ma di primaria importanza per chi entra in ospedale.

Ultimamente ho avuto un po’ di buone occasioni per pensare all’ospedale, così, un po’ al volo, tra emozioni varie e considerazioni di altro tipo. Per esempio quando ero in attesa davanti a una vecchia fontana con pesci rossi, come quella del mini-parco del Sant’Antonio di Padova.  O mentre indugiavo presso la fantastica aiuola interna dell’Ospedale dell’Angelo a Mestre. Ma è capitato anche correndo tra un treno, un autobus e un parcheggio salato – e solo per raggiungere reparti di ospedali.  Poi ci ho riflettuto scrutando scene di demolizioni dalla rete frangivista, come per l’ex Ospedale Umberto I, nel centro di Mestre, o ammirando resti di strutture dismesse sublimate dagli sguardi indagatori degli artisti, come per l’Ospedale a Mare di Venezia, delle quali si trovano diverse testimonianze sul World Wide Web.

Foto di Luigi Tiriticco

Fotografia di Luigi Tiriticco

E ci ho pensato nelle vie sotterranee di congiunzione tra blocchi di uno stesso complesso ospedaliero, percorse tante volte quand’ero bambina e mi lasciavo spaesare dal mondo operoso che si animava su quelle piastrelle cinque centimetri per dieci di color ocra rossa.  Interferenze per il pensiero routinario arrivano, da sempre, anche dagli ascensori quando butto l’occhio e trovo quell’allungamento inatteso del vano adibito al trasporto di barelle, che mobilitano il confine tra i momenti a presenza ibrida, contaminabili dal mondo esterno, e i momenti della pura sanità, cioè degli approfondimenti diagnostici, degli interventi, dei particolari trattamenti terapeutici….
A questa cosa in particolare ho pensato pochissimi giorni fa: il tuo caro va giù, imbarellato, tu lo prendi un po’ in giro, per giocare col suo stato emotivo, l’addetto alla barella dà una mano con una battuta simpatica, e poi? Lui sparisce, mentre resti ad aspettare: inghiottito dalle segrete del castello, lui, e a decifrare il meccanismo della sparizione, tu.
“Qui non si può ballare” canta Debora Petrina descrivendo un ospedale che tanto “ospitale” non è. Ed è vero, anche se esistono strutture che includono una sezione ricreativa, con tanto di teatro, e anche se ci sono équipe di clown che vanno a portare divertimento nei reparti, e altre lodevoli cose così. Insomma, anche se la gioia  è capace di contaminare i gesti, gli animi e i corpi persino negli ospedali.
In effetti l’ospedale chiuso, descritto da  Goffman e Focault come un luogo nettamente distinto da tutto il resto, con una forte esigenza di controllo degli scambi con l’esterno, sta lasciando il posto a qualcosa che sappia trarre vantaggio proprio dal continuo intersecarsi tra interno ed esterno, che redistribuisca il peso della responsabilità – magari generando discontinuità di assistenza e vuoti a cui sono poi le famiglie a dover ovviare.
Ebbene, se in questo cambiamento gli ospedali devono diventare un posto in cui la sosta sarà sempre più breve, per soddisfare esigenze di diversa provenienza, sarebbe anche necessaria una riconfigurazione degli spazi, per renderli, per così dire, immediatamente leggibili, che non richiedano un periodo di scoperta e adattamento, che siano da subito attraversabili senza disagi. E senza subire anche la mortificazione del disorientamento spaziale, che sembra un’insignificanza, ma che invece ha il suo bel peso se sommato al disagio magari della malattia che ti ha portato lì, tua o di un tuo caro.
L’ultima volta che sono stata a fare un giro nel mio ospedale di riferimento, quello di Dolo – più qualche anno fa a dir il vero -, nei labirintici e lunghi percorsi necessari per arrivare a destinazione, mi sono persa ben tre volte prima di raggiungere la mia specifica meta.
Lo scarso investimento di cura e competenze riservato all’articolazione degli spazi e al loro allestimento non è una spiegazione valida quando essi si sono costituiti in anni di stratificazioni.  Le esigenze mutano ma delle strutture fisiche è difficile liberarsi, questo è il problema. Esse strutturano, appunto, ogni riorganizzaizone, ogni processo che ospitano. Hanno forse più potere “decisionale” di tutti. È proprio il fatto di non prendere in considerazione quest’aspetto che contribuisce a rendere la nostra vita complicata, credo, negli ospedali come altrove.
E allora cambio di scena. Mi ritrovo in un bell’ospedale del tipo centro commerciale: struttura di più recente concezione e realizzata senza troppo risparmio di competenze, sembrerebbe. Qui, però, ad accogliermi all’ingresso, in incognita, è lo spiritello del Mercato, per così dire.  Che fastidio! La luce, i colori, gli arredi, i negozi… le prime cose che vedo, cioè – e anche quelle che non vedo, suppongo -, non mi fanno pensare all’ambulatorio, al laboratorio, alla sala operatoria, o alla visita, al prelievo, all’elettrocardiogramma, all’ecografia, alla radiografia, alla scintigrafia, alla spirometria, alla chemioterapia…. Mi fanno pensare invece che, anche lì, sono un consumatore, e non solo di servizi di cura. Mi illustrano che, nonostante io per qualche buona ragione sia lì, devo continuare a fare il mio lavoro di consumatore. Mi anticipano che non avrò mai più buone ragioni per sospenderlo. La presenza dei negozi all’interno in realtà non mi sorprende. In passato avevo già incrociato discorsi riguardanti quest’aspetto relativamente ad alcune delle più recenti strutture ospedaliere. Però nessuno mi aveva avvisata su quest’assegnazione di ruolo aggiuntiva, ahimè. Meglio cliente che paziente, abbiamo sentito a volte dire nei discorsi sulla sanità pubblica. In realtà qui, a quanto pare, dobbiamo essere sia clienti e sia pazienti e, ancora una volta, mooolto “pazienti“. (Tiziana Piccioni)

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