Il Pronto Soccorso dell’ospedale Sant’Antonio a Padova

Nel passaggio dal Pronto Soccorso di Camposampiero, di cui abbiamo parlato in un post precedente, a quello dell’ospedale Sant’Antonio a Padova, abbiamo riscontrato elementi comuni come il triage e altri differenti come la segnalazione dell’ordine di attesa, oltre alle diversità di  struttura, di indicazioni e di organizzazione dello spazio. Cercheremo anche nei Pronto Soccorso che visiteremo in futuro quali saranno le conformità e le diversità da tenere presenti per la comune riflessione.   

cartello PS

Entro dall’ingresso pedonale nel piazzale antistante l’Ospedale Sant’Antonio a Padova e un cartello mi indica da quale parte dirigermi per raggiungere il Pronto Soccorso. Ad esso si accede da diversi punti: in ambulanza o in auto con una rampa si sale a livello del P.S., si attraversa un portico nel quale una porta automatica immette nel P.S., oppure a piedi tramite pochi gradini di una scala e in carrozzina mediante un’altra rampa che si congiunge alla scala davanti l’ingresso pedonale, anche questo regolato da una porta automatica. Superata questa entro in uno spazio non molto ampio, nel quale sono depositate alcune carrozzine. Sulla parete alla mia sinistra c’è un telefono pubblico, sulla parete opposta si apre la porta dei servizi igienici. Passando un’altra porta automatica a vetri entro nel P.S. vero e proprio. Sulla parete di sinistra, tutta a vetri, si trova una porta automatica che conduce ad un altro spazio, che fa da anticamera per chi entra dalla rampa automobilistica. Da questa anticamera si può accedere appunto al P.S. oppure ad uno spazio piuttosto piccolo dove si trova l’infermiere che effettua il “triage”, cioè l’assegnazione del codice di urgenza per gli utenti del P.S. Un cartello affisso alla parete di vetro spiega i colori associati alla gravità del caso: si va dal rosso ( massima urgenza) al bianco ( nessuna urgenza), passando per il giallo e il verde ( urgenze intermedie). Il codice rosso ha la precedenza assoluta, il codice bianco viene posto in attesa e visitato solo quando non ci sono codici più urgenti. Una parete di vetro, con un foro a metà altezza per passare documenti e parlare, separa la piccola stanza dell’infermiere dallo spazio riservato all’utenza. A terra è tracciata una linea gialla che presumo serva a preservare lo spazio della “riservatezza”. L’infermiera addetta al “triage” entra ed esce continuamente dalla stanzetta perché quando entrano pazienti in barella o carrozzina è lei a spostarsi per andare a rivolgere le domande di rito che, insieme all’osservazione, le consentiranno di stabilire quale codice di “triage” assegnare. Dopo questo colloquio viene posto un braccialetto di plastica con un codice a barre al polso del paziente. I pazienti in barella attendono in una delle sale che si aprono lungo un corridoio che dalla zona del “triage” conduce ai reparti dell’ospedale. Sulla porta di un’altra sala c’è scritto “ Area osservazione codice verde”. Sulle pareti del  corridoio e sulle porte automatiche ci sono diversi cartelli e stampati. Alcuni si riferiscono a divieti vari come sostare nel corridoio o fumare, altri sono frecce indicative per gli utenti, altri ancora informazioni sui ticket o comunicati della direzione che mettono in guardia da richieste di denaro illecite. Nessuno di questi è in sala di attesa perciò per leggerli bisognerebbe sostare in corridoio, il che non è consentito, e si rischierebbe di intralciare il passaggio delle barelle e del personale. Inoltre quando mi avvicino per leggerne qualcuno affisso alla porta automatica mi accorgo che faccio scattare di continuo la fotocellula di apertura ed allora desisto nel timore di arrecare disturbo. All’inizio del corridoio c’è una piccola sala d’attesa per tutti, con una ventina di sedili di plastica disposti lungo il perimetro. Tre finestre si aprono sull’esterno. Sulle pareti sono appesi alcuni quadri raffiguranti antiche stampe anatomiche, un grande televisore a schermo piatto, spento, e due monitor, anch’essi spenti. Completa l’arredo un porta soprabiti. Noto a lato della porta che dà accesso alla sala d’attesa un dispenser di gel igienizzante per le mani. All’interno ci sono una decina di persone, alcune sole, altre in coppia. Una signora è seduta in carrozzina con un piede fasciato.  Qualcuno parla al cellulare, oppure è intento a maneggiarlo, ma in generale c’è un’aria di silenziosa attesa. Ad un tratto dal corridoio si sente chiamare a voce alta un cognome ed uno degli uomini presenti si alza ed esce.
Ogni tanto arriva un’autoambulanza dalla quale scendono gli operatori che portano gli ammalati in barella o in carrozzina. Mi sembrano rapidi ma anche premurosi nei confronti delle persone accompagnate, prima di affidarle all’infermiera del “triage”. Anche questa si muove svelta, entrando e uscendo dalla sua stanzetta per raccogliere le informazioni necessarie alla sua valutazione. Ai pazienti anziani, spesso in barella, si rivolge con garbo, con un tono di voce un po’ più alto e scandendo le parole, forse per essere certa che comprendano le sue domande. Quest’ultime sembrano abbastanza di routine: come si chiama? quanti anni ha? dove abita? cosa è successo? In realtà, dato che alcuni di questi dati sono già noti, credo che le domande servano più che altro a verificare lo stato di coscienza, di lucidità mentale, della persona interrogata. Fra un paziente e l’altro, vedo gli operatori sanitari, medici, infermieri, volontari delle ambulanze salutarsi, scambiare qualche battuta, ridere o chiacchierare come avviene in tutti gli ambiti lavorativi. Non c’è nessun distributore automatico di caffè e bevande. Entro nell’unico bagno vicino all’entrata e lo trovo pulito, ordinato e fornito di carta e asciugamani usa e getta.

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