La mangiatoia

In questo periodo dell’anno il termine “mangiatoia” potrebbe evocare atmosfere natalizie ed invece il titolo del libro che vi presentiamo si riferisce alla sanità italiana, agli appetiti che suscita e che spesso soddisfa. Il volume, di Michele Bocci e Fabio Tonacci, è uscito lo scorso settembre per  Mondadori. A raccontarcelo in una breve ma efficace recensione è Fabio Milani, un amico di C&P che già in passato ci ha raccontato le sue letture.   

la mangiatoia

Sin dall’inizio, il libro-denuncia-inchiesta di Bocci e Tonacci è minaccioso e allarmante: “Ti stanno rubando la salute”, avvisa la primissima riga dell’introduzione ed in quell’apodittico appello si sintetizza il desolante rosario di circostanziate considerazioni, rivelazioni, analisi e geremiadi che accompagnerà il lettore, che ne avrà cuore, in un viaggio nel dissestato – e spesso davvero criminale – sistema sanitario nazionale.

I due autori, giovani redattori d’assalto de la Repubblica, si avvalgono sapientemente, con uno stile giornalistico che non lascia respiro, né molte speranze, di testimonianze dirette di operatori sanitari, poveri pazienti, amministratori, manager che, quasi sempre, preferiscono non esporsi personalmente per timore di inevitabili ritorsioni in un ambiente spietato, che nutre i suoi insaziabili appetiti approfittando del bene più prezioso: la vita e la salute della gente.
Il quadro di degrado, morale, economico, legale, funzionale che ne emerge è, contrariamente a quel che si può pensare, nazionale: attraversa equanimemente, insomma, tutta la penisola tranne locali, ma isolate, eccezioni. Tra le molte cause di questo disastro vi è l’esasperata frammentazione del servizio pubblico sanitario che smentisce il carattere nazionale nella sua ragion d’essere per diventare, invece, una miriade confusa ed inefficiente di micro realtà anarcoidi ed autocefale. Prova ne sia che il semplice prezzo di una siringa, di una garza, per non dire quello dei medicinali, varia drasticamente, da istituzione a istituzione, raggiungendo, nel caso, prezzi unitari del tutto fantasiosi (anche del 2000% superiore al normale) a tutto ed esclusivo vantaggio di interessi di gruppi di controllo e di potere interni, ed esterni, alle aziende ospedaliere.
Si aggiunga, a fianco della cronica corruzione dei nostri apparati statali, anche l’incapacità, da parte dei responsabili delle strutture, di gestirle evitando sprechi ed abusi. Clamorosa sintesi delle due patologie si riscontra nella sanità meridionale dove si contano più medici che ricoverati, risultato di una inestirpabile pratica di assunzioni clientelari. Nel suo complesso, il paragone con la situazione settentrionale, di per sé non certamente idilliaca, è tuttavia sconfortante anche dal punto di vista dell’assistenza più elementare, per tacere di quella più specialistica. Il risultato generale è che la sanità italiana non solo non cura, ma spesso “fa male” fino alle estreme conseguenze.
Ne emergono tempi di attesa insostenibili e fatali nel caso di interventi che sarebbe indispensabile fossero invece rapidissimi; carenze strutturali, incapacità professionali diffuse che si accentuano nel Sud e che alimentano una perenne migrazione della salute e della speranza con voluminosi ritorni per le economie ad esse legate (alberghi, ristoranti, trasporti, etc.).
I prezzi per i tickets sono sempre più inavvicinabili per un crescente numero di cittadini (calcolato dagli autori in 1,8 milioni) che, per questo, preferiscono rinunciare alle cure: “esodati della sanità”, insomma, nella in-felice definizione di Bocci e Tonacci. Ma è lo stesso carrozzone della sanità pubblica, a conti fatti la terza industria nazionale per fatturato dopo quella alimentare ed edile, che, a questo punto, rischia di sbarellare economicamente trascinando con sé nella catastrofe tutto il paese. Mancano le indispensabili risorse che invece si riducono anno dopo anno, sacrificate sull’altare del risanamento di bilancio. Ciò nonostante che il nostro paese abbia sempre stanziato, anche in passato, meno finanziamenti alla sanità di quanto non abbiano fatto i nostri partner europei ed altresì senza tener nel debito conto che, il prossimo futuro, ci vedrà inevitabilmente più vecchi, acciaccati e bisognosi di cure. Anche qui le conclusioni tratte dagli autori sono sconfortanti: di fronte ad una progressiva riduzione delle risorse economiche, ad un aumento dei costi di esercizio e della domanda di assistenza lo scenario più probabile che si profila è quello di una progressiva privatizzazione del sistema sanitario con corrispondente aumento della dipendenza dalle assicurazioni mediche sul modello statunitense e solo per i fortunati che potranno permetterselo.
L’inizio della fine si fa coincidere con gli anni dal 2001 al 2006, quando la spesa per la salute pubblica è passata da 75 a 100 miliardi, con un ritmo di crescita pari al doppio del PIL. Regioni primatiste in questa corsa allo spreco e all’avidità degli amministratori sono state il Lazio e la Campania che, da sole, hanno accumulato il 70% del debito complessivo della sanità.
L’amara chiosa è che la sanità si è trasformata in “un mondo di squali che si mangiano tra di loro, il mondo degli sprechi milionari, della corruzione nell’assegnazione degli appalti, delle clientele elettorali”. E del resto non potrebbe essere che così, dal momento che – si sa – gli onnipotenti direttori generali delle ASL e delle aziende ospedaliere, pur totalmente sprovvisti dei più basilari requisiti per il ruolo, sono nominati dal presidente della regione e quindi pura emanazione della politica.
A corredo dell’indagine, Bocci e Tonacci propongono circostanziati casi documentati e testimonianze dirette che suscitano indignato stupore anche in chi, dei mille malanni di questo malridotto paese, ritiene di essere abbondantemente, almeno per semplice consuetudine, cauterizzato.
Non vengono risparmiate dalla critica le moltissime e strumentali campagne di sensibilizzazione, mirate quasi sempre e solamente alla commercializzazione di un farmaco, promosse da Big Pharma, le potentissime multinazionali della farmaceutica, che, invadendo i media, suscitano, ad arte, la preoccupata attenzione dei potenziali fruitori-consumatori, sostenuta anche dall’intervento, a sua volta interessato, di professionisti sanitari prezzolati. Questa strategia, definita “Disease mongering”, consiste nella commercializzazione delle malattie che vengono letteralmente create al fine di venderne i farmaci specifici ad un pubblico di spaventati malati immaginari. Le industrie farmaceutiche si trovano, d’altro canto, in grave difficoltà poiché inventano e producono sempre meno molecole e i farmaci che si trovano in farmacia sono sempre più vecchi e moltissimi hanno il brevetto scaduto. Tra le tante strategie di mercato adottate per uscirne, si aumentano le medicine cosiddette “personalizzate”, mirate cioè a curare malattie rare che giustificano prezzi di vendita altissimi e per le quali non è necessaria la propaganda non essendoci nemmeno concorrenza. Si preferisce quindi piazzare farmaci meno numerosi, ma più remunerativi, che farmaci più diffusi, ma meno costosi. Oppure, al principio attivo di un vecchio farmaco se ne aggiunge uno nuovo ottenendo un nuovo prodotto, ma molto più caro rispetto al generico o all’originale ritirato ormai dal mercato, la cui efficacia, per altro, quasi mai si differenzia da quello precedente.  E così via, in una litania di manovre sempre meglio congeniata che mira all’esclusivo tornaconto delle aziende produttrici, letteralmente a spese e sulla pelle degli ammalati.
Un capitolo è dedicato a “Primari e direttori generali, tra potere e politica”, nel quale viene snocciolata una sfilza di casi di una politica sanitaria rivolta ad accrescere il consenso, elargire nomine, fabbricare primari, sistemare famiglie, ma senza che vi sia alcun servizio erogato in cambio: edifici costruiti e finiti in un numero interminabile di anni, equipaggiati di costose attrezzature, ma mai resi operativi. Così sono 132 gli ospedali e le strutture sanitarie inutilizzate in 16 regioni che costano però milioni di euro al contribuente. In questa non invidiabile classifica svetta la Calabria, la grande malata italiana, preda, anche in questo caso, dei maneggi criminali delle ‘ndrine locali; seguono la solita Campania e la solita Sicilia.
Ma se ci sono ospedali che non aprono, solo finalizzati all’assunzione fittizia di personale, ce ne sono che non chiudono per preservare consolidati privilegi anche se non vi sono pazienti da curare. Del resto, si sa, chiudere i molti presidi sanitari, piccoli e inutilmente costosi (ce ne sono 257 con meno di 80 posti letto),  suscita l’immediata reazione delle popolazioni e quindi risulta una scelta politica pericolosa.
Non passa il setaccio della critica il numero spropositato di direttori generali, capi dipartimento, primari, di semplice nomina politica, e di medici che sono vincitori di concorsi scandalosamente combinati in cui la professionalità è poco più che un optional.
I titoli degli ultimi capitoli riassumono bene a cosa è ridotto e quanto resta del sistema sanitario italiano: “Quando a operare è un abusivo”, in cui si scopre, per esempio, che persino gli agenti di commercio entrano in sala operatoria e collaborano attivamente col chirurgo; per non parlare dei giovani medici neolaureati abbandonati a se stessi a presidiare interi reparti di notte, contravvenendo, in tal modo, alle precise norme previste per l’attività degli specializzandi; o, ancora, delle migliaia di finti medici e infermieri, mai laureati, che popolano le corsie dei nostri ospedali e non vengono nemmeno scoperti.
“Gli anziani traditi” denuncia il nostro triste primato europeo delle case di riposo abusive o con servizi insufficienti e/o personale non qualificato, un quarto delle strutture accertate non è in regola; nel settore vorticano miliardi di euro che alimentano pletore di truffatori. Eppure i posti letto non bastano per tutti: si prevede che di qui a sedici anni le persone che avranno bisogno di assistenza saranno quasi cinque milioni a causa dell’inarrestabile invecchiamento della popolazione. Già oggi – ci dicono Bocci e Tonacci – sono solo 450.000 gli anziani, quasi tutti al Nord, cui viene prestata assistenza domiciliare, altro record negativo a livello europeo. Se ne alimenta il fenomeno tutto italiano delle badanti straniere, più numerose di tutti i dipendenti del SSN, che costano agli italiani dieci miliardi di euro all’anno.
Partorirai (solo) con denaro”, considera i calvari cui vanno incontro le coppie che, loro malgrado, decidono di avere dei figli: gli squali, che sentono l’odore del denaro a milioni anche nel business delle gravidanze, non si contano. E’ qui, d’altronde, che, speculando sulla comprensibile ansia delle partorienti, più duro si fa lo scontro tra strutture private e pubbliche. Sempre al perseguimento del profitto, e non tanto a pretese considerazioni di ordine morale e religioso, si deve la pratica impossibilità, in molte regioni, di abortire: sono obiettori il 70% dei ginecologi e il 50% degli anestesisti, con punte dell’80% in Sicilia e nel Lazio, dell’83% in Campania, dell’85% in Basilicata e Molise. Sono così tornati drasticamente ad aumentare gli aborti clandestini.
Tangentopoli non è mai finita” è il mesto, riassuntivo titolo del capitolo con cui l’indagine-inchiesta-denuncia dei due autori si conclude. Il mondo della salute italiana è preda della corruzione a tutti i livelli e a tutte le latitudini. Ma si arriva persino a pratiche affatto criminali quando i pazienti diventano cavie inconsapevoli di spericolate sperimentazioni clandestine di nuovi strumenti, di cui traggono vantaggio equipe mediche generosamente ricompensate dalle aziende biomedicali fornitrici. Non vi sono controlli perché spesso i controllati sono gli stessi controllori legittimanti da un grande meccanismo pernicioso di autocertificazioni o certificazioni di indulgenti colleghi/compici.
A nulla è servito il decreto del 1992 voluto dall’allora ministro De Lorenzo, poi finito anche lui, con il pittoresco personaggio di Duilio Poggiolini, nelle spire dell’enorme meccanismo corruttivo. Il provvedimento avrebbe dovuto risanare l’intero sistema dopo il caso di Mario Chiesa, padre eponimo di tangentopoli, scaturita appunto dai traffici intessuti intorno al pio Albergo Trivulzio; ne è risultato invece che gli ospedali si sono, da allora, trasformati in aziende con la nuova figura del direttore generale, prodotto principe delle fameliche politiche regionali.
Oggi il quadro non è affatto cambiato, anzi si è fatto ancora, se possibile, più fosco ed indigeribile: il giro di interessi multimilionari ed illeciti, sempre a spese dello stato, coniuga, in un caso esemplare, noto alle cronache, in una rete inestricabile, le figure della famiglia Aleotti, nelle cui mani voraci riposa l’immenso potere della farmaceutica italiana, l’ineffabile sig.ra Maria Angiolillo, regina dei salotti romani, l’onnipresente ministro Scajola e il curiale Gianni Letta, fino allo stesso Berlusconi. Ma la lista degli scandali, più o meno noti, snocciolata proprio alla fine dell’opera sembra non finire mai suscitando nel lettore uno sconcertato, crescente sconforto.
Ricca e documentata la bibliografia di corredo.

(Fabio Milani)

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