Oh, boy!

Vi raccomandiamo un libro in cui si snodano, tra le altre, questioni molto care a C&P: malattia, diversità, affetti, dolore… Adatto a tutti e in particolare a ragazzi, giovani, adulti che si occupano di giovani.

 Oh, boy!  di  Marie-Aude Murail

Giunti 2009/2011, pp. 185 – Ed. originale: Oh boy! (L’ecole de loisir, 2000)

 

cover ed. it.

 


Lettotuttodiunfiato!  Rosicchiando sonno alla notte già breve.

Una scrittura svelta ed efficace. Ritmo e velocità. La citazione qui sotto apre il racconto. In quattro righe e mezza fa un ritratto preciso della situazione, che in seguito si sviluppa in più direzioni. Quando l’ho letta ho deciso che il libro era da leggere!

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Schermata 2014-02-01 alle 09.35.58

“Al numero 12 di rue Mercoeur a Parigi da due anni abitava la famiglia Morlevent. Tre bambini e due adulti, il primo anno. Tre bambini e un adulto, il secondo anno. E, quel mattino, solo tre bambini: Siméon, Morgane e Venise, quattordici, otto e cinque anni.”

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Un libro duro e spietato. Capace di strappare sorrisi amari, intervallati in modo preciso a momenti di grande tristezza e tensione. Aperto alla valorizzazione delle sfumature delle variegate “umanità” e ai vari gradi dei “valori”, ritenuti fondamentali dai vari personaggi, ma che cambiano via via che le relazioni si sviluppano e intrecciano. Tutti sono “umani”, pregi e difetti. Dalla assistente sociale al giudice, dai bambini ai famigliari, dai professori ai dottori, infermiere e vicini.

Un racconto sulla relatività delle cose. Fortuna/sfortuna, intelligenza/stupidità, bellezza/bruttezza, cattiveria/bontà, malattia, benessere, posizione sociale, pregiudizi, sicurezze e senso del futuro.

Con molta discrezione, ma in modo leggero, chiaro, preciso e senza sconti, tocca i temi dell’omosessualità, della presunta “normalità” e dell’essere in qualche modo diverso per qualche specifica capacità o mancanza.
Parla di famiglia e delle sue contraddizioni, di quella istituzionale e di quella creata da insieme di persone affini, degli affetti veri e delle violenze interne. Poi ancora di ospedali, come strutture e, soprattutto, di persone che ci lavorano, abituati alla sofferenza, alla lotta, a volte inutile contro le malattie. Ma è al futuro, anche se vicino e a breve termine, che si vuole puntare. Oh, boy!

Oreste Sabadin

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