Credere, obbedire, combattere.

Fabrizio Pulvirenti, medico volontario per Emergency guarito dal virus di Ebola, appena rientrato in Italia dichiarò di non sentirsi un eroe ma un “ soldato ferito nella lotta contro un nemico spietato”. Queste parole mi fecero riandare con la memoria ad una vecchia ricerca per la tesi di laurea nella quale, tra l’altro, mi ero occupato dell’uso delle figure retoriche nella comunicazione della scienza. In quella ricerca evidenziavo come alcuni quotidiani utilizzassero la metafora e l’analogia per rafforzare la capacità comunicativa. A questo scopo si presta bene la metafora che, sostituendo ad una parola o espressione un’altra analoga di facile intuizione, è tanto più utile nella descrizione di un fenomeno quanto più i termini che altrimenti si dovrebbero usare risultano poco frequenti nella vita quotidiana. Le metafore usate più frequentemente in quel caso facevano riferimento al linguaggio bellico con termini come: “nemico”, “armi”, “ sconfitta”, “ combattere” “ bersaglio”, ecc. così come accade nella quotidianità attuale. Oggi, che la malattia sia un’infezione virale o una neoplasia, l’ipertensione o il diabete, viene quasi sempre descritta dai media popolari attraverso la metafora del “nemico” da combattere, con le armi messe a disposizione dalla scienza medica. Se siano stati i media ad influenzare i medici nell’uso di questo linguaggio metaforico oppure il contrario non è importante; ciò che qui interessa è che i pazienti, reali o potenzialmente tali, imparano ad affrontare il cambiamento del proprio corpo e del modo di pensarlo secondo un determinato quadro di riferimento, nel quale possono assumere il ruolo alternativamente di combattivi o rinunciatari, di vincitori o sconfitti. Siamo talmente abituati a guardare la malattia da quest’ottica da dimenticare spesso che essa è relativamente recente ed è frutto, ovviamente, dell’affermazione di un certo tipo di scienza medica che ha bisogno di sempre maggiori risorse per la sua ricerca. E quale migliore giustificazione della “guerra” ad un “nemico”, magari subdolo e spietato, per richiedere mezzi e risorse? In un passato nemmeno troppo remoto, fra l’800 e i primi del ‘900, alcune malattie erano invece inserite in una “cornice” molto diversa: ad esempio la tubercolosi, conosciuta popolarmente con il termine “tisi”, era definita, nelle classi abbienti, come “consunzione” o “ mal sottile”. Chi ne veniva colpito, perciò, soprattutto se giovane, assumeva una specie di aura di spirito “sensibile” e “romantico”, come testimoniano le tante figure letterarie e operistiche dell’epoca. Cambiava qualcosa per il decorso della malattia? Certo che no, ma quel tipo di paziente dava un senso diverso a ciò che gli stava succedendo. Il “frame” all’interno del quale il paziente pensa, agisce, si relaziona con gli altri è importante ed è fortemente influenzato dal linguaggio utilizzato che, con strumenti potenti come la metafora, ne rafforza i confini, per cui sarà ben difficile, per il paziente, dare un significato diverso a quanto gli accade. Soprattutto difficilmente rinuncerà ad utilizzare le “armi”, farmaci, strumenti, interventi, che i suoi “alleati”, medici, ricercatori, farmacisti, tecnici, gli mettono a disposizione.
Se consideriamo pazienti che, magari partendo da culture diverse, si muovono all’interno di un quadro di riferimento che, ad esempio, attribuisca la malattia ad uno squilibrio di elementi costitutivi, questi pazienti probabilmente utilizzeranno un linguaggio ed una terminologia diversi, magari centrati sul recupero dell’equilibrio perduto. L’importanza del “frame” nel quale il paziente attribuisce più facilmente un senso alla malattia ed alle sue conseguenze, viene spesso sottovalutata se non ignorata del tutto, dagli operatori sanitari. Eppure l’intero processo diagnostico-terapeutico ne sarebbe avvantaggiato perché la comunicazione paziente-terapeuta si svolgerebbe all’interno di un senso condiviso e non attraverso l’imposizione di uno schema, quello più congeniale ad uno solo dei due. In un tempo fortunatamente passato vigeva il motto credere, obbedire e combattere, tre verbi riferiti all’ideologia, alla gerarchia militare e alla guerra ma se questi ultimi li sostituiamo rispettivamente con la scienza, l’organizzazione sanitaria e la malattia, mi sembra che rimanga immutata la forza coercitiva delle parole. Anche nel campo sanitario è opportuno un rapporto più “democratico” fra le parti, anche attraverso l’uso di un linguaggio appropriato e condiviso. (Alessandro Addorisio)

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