“Anche noialtri, che stiamo vicini a chi sta male, non siamo più noi stessi”.

Ospedalizzazione in un ex-ordinario caso di ricovero improvviso: punti di vista.

* * *

Oscar è qui senza una vera programmazione, come invece s’aspettava, cioè senza una preparazione adeguata, insomma per una chiamata improvvisa, ricevuta il giorno prima del ricovero, dato che s’era creata una fortunosa disponibilità di posto. Non che si dovesse preparare chissà come…

Fatta la borsa col pigiama e qualche cambio di biancheria personale, aggiunto l’occorrente per la barba e dei pacchetti di fazzolettini di carta, che altro avrebbe dovuto portar con sé? Ah, sì, gli occhiali, quelli per vedere da vicino. Magari non ne avrebbe avuto bisogno, o probabilmente sì: per guardare il giornale, se mai gliene fosse passato uno fra le mani. Beh, certamente sì. Senza dubbio qualcuno, venendo a fargli visita, gli avrebbe portato un quotidiano. Qualcun altro si sarebbe spinto fino alle parole crociate e, al limite, Quattroruote. Conosceva bene i suoi polli, cioè, loro conoscevano lui e sapevano che non era un tipo da grandi letture.

Più o meno di queste cose aveva parlato raccontandomi che aveva dovuto accettare il ricovero così, su due piedi, con la telefonata frettolosa dell’infermiera dalla quale s’era sentito dire che, se non avesse accettato, non si poteva mica poi sapere quando si sarebbe ripresentata l’occasione. Era in lista già da un po’ e aveva considerato che, se davvero l’intervento era da fare, poteva essere rischioso portarlo troppo avanti. Così aveva detto di sì, senza consultarsi con la moglie, con il figlio, col suo medico. S’era in realtà preoccupato solo di cosa doveva preparare, rendendosi subito conto che non c’era poi chissà che da fare. Gli dispiaceva solo di lasciare in sospeso la potatura delle piante in giardino, aveva iniziato un po’ in ritardo quest’anno, e c’era ancora molto da lavorarci. Poi aveva altri lavoretti qua e là, e anche quelli non poteva portarseli dietro, magari dentro una valigetta o a un computer alla stregua di quelli che fanno “cose intellettuali, e come faresti tu, già m’immagino, col tuo zaino, il portatile e tanti libri”, mi disse.

E’ un tipo da lavori manuali, Oscar, un uomo del fare, come gli piace dire. Una volta, quasi appena conosciuti, mi aveva imbastito un discorso del tipo: “No, noi non abbiamo mai avuto certi vizi: niente cinema, spettacoli e tutta quella roba là, e la musica non mi è mai piaciuta; mai perso tempo a leggere, e anche la televisione, se la guardo, è per i telegiornali, i programmi, più che altro; i film no, non mi hanno mai interessato”. E Anita, sua moglie, aveva proseguito: “Sì sì, mai avuti noialtri quei grilli per la testa. La mangiata con gli amici ogni tanto sì, la pizza al Sabato, giusto per star un po’ in compagnia, ma tutto qua”. Tutto qua? E hai detto niente, avevo pensato io, lasciando cadere l’argomento con qualcosa del tipo: “Ognuno ha le sue inclinazioni”. Insomma, anch’io non gli avrei mai portato un libro in ospedale, ad Oscar, il mio vicino di casa innamorato delle piante da fiore, di cui si è sempre circondato, riservando ad esse una cura che non credo abbia mai avuto per qualcos’altro, a parte il suo lavoro ufficiale, quello prima della pensione, quando ancora non ci conoscevamo, e di cui so solo che ci si dedicava molto.

In ospedale ero venuta a trovarlo alcune volte, mi era sembrato gli facesse piacere parlarmi. Ogni volta avevo trovato lì Anita, sempre meno serena e più stanca. All’inizio era in visita anche lei, più o meno. Poi, però, lui aveva cominciato ad essere ansioso, a mostrarsi come spaventato, e la voleva vicina. Negli ultimi giorni avevo avuto l’impressione, a guardare le imposte di casa, che oramai Anita non rincasasse più, o che lo facesse giusto al volo. Anche per questo ero andata di nuovo, magari aveva bisogno di una mano in qualche senso. E la situazione, infatti, sembrava essersi fatta davvero preoccupante. L’avevo trovata seduta con il capo reclinato sulla spalla destra, come a tenere in caldo la mano appoggiata lì da qualcuno ritto alle sue spalle. Però, nella camerata a tre letti, tutti occupati, oggi era lei l’unica esterna, a parte me ora. C’era una luce eccessiva, mi sembrava, e notavo solo ora che l’atmosfera era troppo da vecchio ospedale per essere sopportabile a lungo, con questa pace schiacciante costruita dalle linee, dai colori, dall’uniformità delle presenze materiali. Oscar, immobile nel letto con le coperte rimboccate su fino al mento, aveva gli occhi chiusi e il volto gonfio e scuro. Anita gli stava accanto, all’altezza del torace, su una sedia color verde acqua, uguale al maglione d’angora che indossava, e che le vidi sferruzzare un pomeriggio di qualche estate fa.

Mi ha salutata con gli occhi, rimanendo con la testa piegata. Erano rossi, esausti, i suoi occhi. Non mi sono avvicinata finché non mi ha di nuovo guardata, indicandomi Oscar tramite uno spostamento lievissimo del mento. La teneva così, la testa, appoggiata sulla spalla, perché le era diventata enorme sotto il peso non tanto dell’assistere, ma delle aspettative più terribili: da quello spostamento lieve del mento s’era capito tutto, già. Mica come mia madre. Mia madre quella volta se ne restò tutto il tempo a testa alta, vigile, attenta, “in situazione”, per così dire. A parte quando il sonno la coglieva di sorpresa, ma per qualche istante soltanto. Se ne stette giorni e giorni e giorni, mia madre, così, a scaricare tutto il peso sulle gambe, diventate spaventevoli sotto quella gonna obbligatoria e sopra ciabatte in cui ormai poteva infilare solo la punta del piede. Avvezza a isolare il momento, ad avere quella fede cieca negli attimi presi uno per uno, senza prima né dopo, con la terminalità di mio padre lei aveva definitivamente realizzato la sua metamorfosi in folletto che abita l’inganno del quotidiano spinto, il sempre e il mai che a conti fatti sono stati la sua fortuna. Ma questa è un’altra storia.

Anita, qui, mi reinvita a guardare il suo uomo, quasi irriconoscibile, mentre con un filo di voce dice “preferivo che tu non lo vedessi così”.

Non trovo le parole per giustificare l’esserle capitata lì, mentre penso che forse dovrei liberarmi da un immaginario dell’ospedale come luogo pubblico dove puoi andare sempre e comunque, preoccupandoti al massimo dell’orario di apertura e dove il ricoverato è esposto sempre e quasi totalmente. Lui è lì come su un vassoio, offerto a ogni sguardo e ogni tipo di indagine, indifferentemente ed indipendentemente dalle proprie intenzioni e disponibilità. In epoca di agende pubbliche focalizzatissime sulla privacy – la privacy e i media, la privacy e il controllo, la privacy e i soggetti deboli – l’ospedale è ancora un’istituzione refrattaria ad ogni effettiva intrusione di pensiero critico. Esso sospende la categoria dell’attuale in quasi tutte le sue forme, tranne forse per quelle immagini più o meno mute che vengono dai televisori affittati per 3 euro al giorno a stanza, e per i giornali. E, alla fine, sospende la persona, riducendo tutto il suo universo a quello di malato. E, diavolo, cosa ci facevo io ora lì?! Oscar evidentemente dormiva. Anita era stanca fino alla nausea. Se avessi potuto riavvolgere il nastro della giornata, lo avrei fatto all’istante.

L’unica possibilità di azione che avevo, invece, era andare fino in fondo, oramai che c’ero, lasciarmi coinvolgere davvero, se poteva servire. Anita forse non aveva mangiato, forse era il caso si muovesse un po’ e andasse fuori, a prendere un po’ d’aria fresca. Mi sono offerta di star là io per un po’.

“Ti ringrazio,” mi dice “ma non ho fame e non sono mica stufa di star qua, con Oscar. Sono stanca e stufa di una cosa solo: di questa gente attorno”.

Mi guardo intorno interrogativa come per chiedere se si riferisca ai due ricoverati in stanza o se, più in generale, si riferisca all’organizzazione, al personale sanitario, oppure magari ai visitatori, a me.

“Sì, tutti!” mi risponde, “Non sopporto nessuno e niente in questo momento”.

“Vado via subito” le dico.

E lei: “No, non lo dicevo per te, anzi! Perché lo so che tu ci sei col cuore. Non sopporto di star qua insieme ad altri: i malati, voglio dire, e i loro parenti, che devono sapere i cazzi miei e di mio marito. Uno che sta male… è in un momento che… che non è lui. Anche noialtri, che stiamo vicini a chi sta male, non siamo più noi stessi. Da quanto sono dietro a lui, io? Ho perso il conto… beh, io non sto più andando a lavorare, ma giustamente, eh! Mangio, non mangio, dormo, non dormo: non m’importa. Mi lavo, questo sì, perché non voglio puzzare e dare fastidio a chi mi sta intorno. Però per esempio io non mi preparo più i capelli, come vedi. Lo vedi come sono messa? Non sto dicendo che in momenti così pretendo di essere impeccabile, non sono così fuori di testa. Forse bisogna però essere almeno presentabili. Ma in questi momenti un cristiano normale, che ragiona, vorrebbe non doversi… presentare, questo penso, ecco. Invece io qui sono costretta a vedere gente, in continuazione”.

Aggiunge che l’inaspettata e prolungata degenza di Oscar, che da un banale intervento, come doveva essere, è diventata una questione di sopravvivenza, beh, questa malattia prima che renderla vedova, se mai la renderà vedova – e lei prega ogni momento che ciò non accada -, le sta togliendo il suo posto nel mondo, fatto anche di piccole cose, e per il quale si era sempre spesa con il massimo impegno.

Il suo sfogo va avanti facendosi progressivamente più colorito. Siamo nel corridoio ora e io le do ogni tanto segno di sapere di cosa sta parlando, traducendo in concetti semplificati quell’idea di morte (sociale) che arriva prima della morte effettiva, sulla quale avevo riflettuto a suo tempo, mentre nella mia mente in realtà mi si sta complessificando alquanto. Le dico che accadde anche a mia madre, quella volta. La comparazione le azzera il sospetto d’incomprensione e quindi parla, parla. E, più parla, meno sembra stanca e arresa.

A un certo punto io, però, non reggo più, e dico “Ora vado”. Mi ringrazia. La saluto, dicendole di resistere, e di chiamarmi per qualsiasi cosa possa avere bisogno. Mi offro per cercare qualcuno che poti le piante di Oscar. Dice che quelle ora sono l’ultimo pensiero. Tengo ben arrotolato in mano il numero di Panorama che avevo portato per Oscar immaginando che avrebbe potuto interessarlo e pensando di farlo sorridere con una battuta geniale sulla lettura e le piante, appunto, che ho già dimenticato. E vado via per le scale. (T.P.)

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2 commenti

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2 risposte a ““Anche noialtri, che stiamo vicini a chi sta male, non siamo più noi stessi”.

  1. Merj

    Nel leggere, vivo in ogni dettaglio questo racconto, spaccato di vita vera e vissuta. Mi ha colpito profondamente la frase:”quell’idea di morte (sociale) che arriva prima della morte effettiva” perché è lì allo stato latente ogni giorno per ciascuno di Noi. L’ho sperimentato con persone che ho conosciuto, alcune le ho amate profondamente. E ritorna ricorrente un ritornello, il senso di impotenza, il non sapere cosa fare – uccide – anche chi è metaforicamente, fuori da quel circuito. Ma è proprio qui l’aspetto combattivo, comunque esserci, nonostante tutto. Anche se non si hanno gli strumenti di cura, ho imparato che nel relazionarsi con chi soffre, è fondamentale l’empatia e mi riporta necessariamente ad una domanda: ” cosa desidererei dagli altri, se fossi qui in queste condizioni?” e le mie azioni diventano segni tangibili della mia presenza, del mio esserci. Rinnovo con sincera stima, quanto stai facendo T.P. esempio eccelso del significato di solidarietà.

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