Un empatico gastroenterologo.

Nessun fatto eccezionale, in questo post. Si tratta solo di un avvenimento di ordinaria amministrazione, come si suol dire, di quelli che accadono quotidianamente e a molti di noi quando vestiamo i panni del paziente, spesso con le difese al minimo e l’ottimismo a mille. Si tratta di considerazioni ancora a caldo attorno ad emozioni comuni. Però ha una certa importanza raccontarne, per me. Perché mentre scrivo c’è chi mi guarda dalla foto qui accanto al computer e mi riporta a momenti di molti anni fa, ricordandomi come noi tutti, cari e sanitari congiuranti, salvammo dal suo rifiuto il modello di cura disponibile,  neutralizzando la sua capacità decisionale – ed io non pensavo ad ogni volta che avevo e avrei vestito i suoi panni, come ieri, in ospedale di Sabato pomeriggio per una visita specialistica. Raccontare come ci si sente dentro certi meccanismi in momenti di particolare debolezza psicologica e sociale può servire ad armarci – e la metafora di guerra non è qui un caso – contro ciò che ci rende deboli.

Arrivavamo in auto davanti al cancello dell’ospedale, io e la mia amica Monica, che ero già in ritardo. Così sono scesa da sola, lasciandola a cercare parcheggio. Non conoscevo la struttura e, come mi succede di solito, mi sono agganciata alla sequenza di indicazioni con quella specie di ritardante sfiducia nella mia capacità di interpretarle correttamente. Però, ad un punto, come spesso, la sequenza di indicazioni ha manifestato un buco: nuovi cartelli indicano le medesime divisioni indicate nei precedenti, e nella medesima direzione detta dai precedenti, tranne che per quello che stai cercando. Cioè, il tuo reparto Medicina non c’è più. Così ti fermi, cerchi con gli occhi altre scritte attorno, più avanti, in basso, in alto, in aria. Niente, Medicina non c’è più. Allora adotti la regola del non cambiare direzione fino a indicazione contraria. E più avanti la scritta Medicina, in effetti, ricompare. Così è stato per un paio di volte. Sì, perché ho avuto molto da camminare, eh.

Alla fine sono arrivata nei pressi di un edificio di recente costruzione, cosiddetto monoblocco – senso di desolazione a disarmare. Il punto ora, però, all’ingresso, era che avevo ancora un buco informativo: niente a suggerire che si trattava dell’entrata giusta. Fortuna che nei pressi c’era una ragazza dall’aspetto gentile e per niente di fretta, in divisa sanitaria, non so di quale rango, ma graziosa in quel verde chiaro e bianco, e il biondo dei capelli, la carnagione dorata. Chiedo aiuto a lei. Mi risponde: “Venga con me, sto andando proprio lì”, sorridendo. Oh, grazie, ma che fortuna – persona giusta, momento giusto e posto giusto.

Nell’atrio, il monoblocco mi fa la stessa impressione desolante dell’esterno. Considerando che è Sabato pomeriggio, forse è normale che non ci sia vivacità di sorta in ospedale. Non vedo personale all’ingresso, né nel corridoio. In ogni caso, la mia preoccupazione è non far tardi all’appuntamento, e l’esprimo: “Sono in ritardo, speriamo mi accettino ancora”, “Allora allunghiamo il passo” dice lei, e poi “oggi la situazione è tranquilla, vedrà che non ci saranno problemi” e la conversazione va avanti sulla questione delle prestazioni erogate anche al Sabato. Camminiamo moltissimo prima di arrivare a destinazione. Mi viene da considerare che la ragazza, indipendentemente da quale sia il suo ruolo formale, sta ovviando a una seria carenza della struttura: quella di un’accoglienza almeno tramite spazi ben progettati e un sistema di indicazioni efficace. Penso cioè che alla fine, in questi intrecci di mancate deleghe alle cose e loro effetti non voluti, molto resta in mano alle persone, alle relazioni interindividuali, e al caso. Senza di lei avrei fatto tre giri del piano prima di trovare ciò che cercavo, accumulando ancora ritardo. Invece, sono stata praticamente messa in mano all’assistente del mio specialista, che a sua volta mi accompagna dentro l’ambulatorio. Lo precedo verso la scrivania dietro alla quale stava seduto il dottore, mentre lui chiude la porta e poi armeggia con il rivestimento di carta del lettino delle visite.

Ci sono altre due sedie, una di fronte al medico e una sul lato corto del tavolo. Su quella di fronte, solitamente dedicata al paziente, poggio la borsa con la documentazione relativa ad esami pregressi, restando in piedi. Voglio che mi dica di accomodarmi, cioè provo ad ostacolare il flusso dei comportamenti codificati, lo faccio sempre. Lui legge l’impegnativa e subito parte con una specie di litania ansiogena: “ma cosa succede, ma come mai, ma perché ha questo problema” e mi chiede di sedermi. Mi rivolge due o tre domande di carattere medico per definire il quadro che l’impegnativa fa sempre con una sinteticità densa quasi quanto il linguaggio lirico, mi pare. Non credevo, in tutta sincerità, di esser lì per un problema grave. Costui mi sta facendo sentire, invece, quasi in pericolo di vita, accidenti. Però poi mi fa anche qualche domanda di carattere personale – per rimediare? O invece per gustarsi la posizione di subordinazione, mia, che aveva così creato? Non mi sembrano certo domande utili per farsi un’idea del paziente, né in quanto a sintomatologia, né in quanto a stile di vita. Magari si tratta semplicemente di domande tipiche di quel volto umano che il professionista sanitario deve mostrare al fine di stabilire un rapporto empatico col paziente, chi lo sa.

C’è però che io non lo voglio un rapporto empatico con te, dottore. Tra un po’ dovrò spogliarmi e dovrai palparmi la pancia, e perciò nessuna empatia, restami estraneo del tutto, lasciami estranea del tutto, please. Ma non so come dirglielo, non so se è il caso, dirlo. Avrò pazienza, suvvia. Così gli lascio fare il simpaticone.

Nel frattempo l’assistente, o infermiere, s’è seduto tra noi, sul lato corto della scrivania. Che strana inutile presenza, e che strana figura: bianchi capelli foltissimi e tozzo, coi denti laschi e sorridenti senza motivo. Ogni tanto fa l’eco alle parole del dottore, cioè, traduce in stretto dialetto locale – non capisco un’acca. Ah, ecco, sarà questo il suo compito. In effetti, lo specialista parla un ottimo italiano, privo di inflessioni e, leggo sul cartellino, ha un cognome quasi esotico: forse non capirebbe se un autoctono gli parlasse in dialetto, come spesso qui accade. Comunque, razionalizzata la presenza dell’infermiere, mi sento un po’ più tranquilla. E sono tranquillissima anche quando mi si chiede di sdraiarmi a pancia in sopra, sul lettino rivestito di carta, e di tirarmi su le maglie.

Durante la visita l’interrogatorio continua, quello su questioni personali intendo, (attività lavorativa, origine, motivo della migrazione, figli, attuale situazione coniugale…). Però il dottore anche racconta, del tutto spontaneamente, qualcosa di sé: dà l’impressione che si stia mettendo in gioco con qualcosa in più rispetto alla sua identità astratta di dottore gastroenterologo a cui il CUP mi ha assegnata d’ufficio. Che difficile sarà, il mestiere del medico. Devi anche saper essere empatico, comunicare nella maniera migliore considerando il caso specifico, fare in modo che il paziente si senta trattato come una persona a tutto tondo. Mah. A me, sinceramente, piace lo specialista freddo e refrattario, il medico non-persona, ecco. Vorrei un robot o un umanoide a visitarmi e a farmi l’anamnesi.

Torniamo presto tutti alla scrivania (l’infermiere durante la visita se ne era stato un passo indietro ma sempre accanto al medico), dove il dottore comincia a dipingere il quadro delle ipotesi, dalla più felice alla più funesta, senza sbilanciarsi a favore dell’una o dell’altra, e sostenendo la necessità di un approfondimento tramite esame specifico, un esame con una cattivissima reputazione ma che, però, è da fare, “E io non sono uno che lo fa fare tanto facilmente, tendo il più possibile a evitarlo, chieda a Mario” mi dice, mentre gira lo sguardo verso l’infermiere, domandando: “è vero, Mario, che non lo richiedo quasi mai, io, quest’esame?”. E Mario, sorridente come il sole, conferma.

Insiste ancora, su questo aspetto, e con un’aria come se io ne dovessi essere rassicurata, alleggerita. Diavolo, ma non ti rendi conto che, convincendomi del fatto che sono un po’ un’eccezione, non mi fai contenta bensì m’allarmi? Evidentemente no, ed evidentemente l’empatia che insegnano ai medici è un’altra cosa rispetto a quella che insegna la vita. E per l’ennesima volta pronuncio tra me e me quell’odiosa domanda retorica che vado pronunciando sempre più spesso, vuoi per l’inacidimento dovuto all’età, vuoi perché mi trovo ad interagire con altre appartenenze che guardano il mio mondo troppo dal di fuori: “Ma che ne sai tu?!”. In ogni caso, qui abbiamo quasi finito, presto non mi ricorderò più niente di te, empatico dottore.

E invece no. Il dottore decide che devo tornare sul lettino. Così, all’improvviso; ma me lo dice con garbo estremo. Fa il gentile, mi spiega che vuol esser certo di poter escludere un’ipotesi che gli era sembrata non plausibile. E si scusa ripetutamente per il tipo d’indagine sul mio corpo che sta per fare, si scusa molto. Che vergogna. Doppia. Sì, perché se avesse evitato di sottolineare così pesantemente quell’azione, se avesse fatto come se quell’indagine fosse cosa normale nella sua prassi di gastroenterologo, cioè se non avesse infierito, io mi sarei abbassata i pantaloni probabilmente senza sbiancare, senza provare quell’inaudito imbarazzo come se stessi per sputtanare il mio più intimo segreto, e con l’infermiere sempre lì, accanto al medico e un passo dietro. (T.P.)

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2 commenti

Archiviato in storie, testimonianze

2 risposte a “Un empatico gastroenterologo.

  1. care&people

    Merj, la tua partecipazione ci aiuta sempre molto. Grazie.

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  2. Merj

    comprendo perfettamente, empaticamente, razionalmente, emotivamente … grande come sempre T.P. nelle tue descrizioni …

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