Bisogno, cura e riconoscimento

Concludiamo dunque il trittico del vicinato – così detto un po’ per gioco e un po’ sul serio in riferimento a due precedenti post (qui e qui). Il tema delle migrazioni sanitarie è un pretesto che fa emergere alcuni spunti di riflessione, stavolta attorno a come percepiamo i cambiamenti nell’assistenza sanitaria e su una resistente concezione delle cure e dell’ospedalizzazione.

* * *

Anna e Bepi abitano tre case più in là, verso est. Marina, invece, sta due case più dietro, verso sud. Sono in avanti con gli anni, tutti e tre di certo tra i settantacinque e gli ottanta. Non li conosco da sempre; vivo qui da due pugni d’anni o poco più, e sono arrivata da perfetta estranea per tutti. Insomma, li ho conosciuti che erano già vecchi. Beh, conosciuti è un concetto enorme, e ci sono moltissime cose di loro che non so. Molto su Anna e Bepi lo so da Marina. Gran parte di quanto so di Bepi, però, lo devo a sua moglie Anna – lui è un uomo di poche parole. Quello che so di Marina lo devo invece ad Anna e ad un’altra vicina. Di Anna infine so molto grazie anche a lei stessa, perché parla, parla, parla sempre parecchio. Comunque, le relazioni di vicinato si avvalgono di controlli incrociati formidabili. Si creano specie di nodi informativi e lì, con tempi differenziati, si depositano spontanee e in buona misura casuali narrazioni delle vite proprie e altrui. È sempre capitato, a ogni mia nuova sistemazione, che la casa diventasse presto il luogo fisico per il nodo, con enorme vantaggio per la mia collezione di tipi e comportamenti umani. Poi alla fine, al momento di cambiar casa, ne esco sempre un po’ troppo piena delle parole degli altri e un po’ troppo relativizzante e sbussolata, per così dire. Ma tra l’inizio e la fine c’è tutto un mondo di storie e riflettenti manifestazioni di umanità, come questa di Anna che, stavolta, ce l’ha con una particolare categoria di ricoverati negli ospedali.

Aveva frequentato per un po’ di giorni non so quale clinica di Padova, in occasione della degenza di suo marito, e mi stava raccontando del primario, che era gentile ma sulle sue, poi di un’infermiera isterica e di un giovane operatore sempre sorridente, affabile: insomma, niente di strettamente sanitario. Ad un punto passa a parlare della camera e degli altri pazienti, e con slancio incontrollato esprime stupore per aver trovato così tanti “foresti della bassa” (sottintendendo, forse, Italia) e persino “stranieri da fuori, proprio, che sembravano come noialtri, ma però, dopo, ci parlavi insieme e capivi che erano da fuori”. Questa scoperta l’aveva indotta a chiedersi come sia ammissibile che la Regione, e il Paese, possano occuparsi di questi malati “con i soldi di noi altri”, ovviamente. Avevo provato a dire che forse i soldi sono anche loro, dato che sono qui per lavorare e contribuire a mandare avanti l’Italia. E allora mi aveva risposto che questi le tasse non le pagano, anche quando sono regolari: un po’ perché imbrogliano e un po’ perché hanno delle agevolazioni. Mi spiega: “Io non dico che dobbiamo farli morire, sono anche loro poveri cristiani. Però, come facciamo a tirar fuori soldi anche per loro se i posti sono pochi, se a noialtri ci mandano a casa dall’ospedale il più presto possibile perché costiamo troppo? E ti mandano a casa che stai ancora male, sai?!”. “Il punto è un altro..” inizio io, ma lei: “occupano i posti nostri! Lo vedi che prima, che non c’erano tanti stranieri, le cose nella sanità andavano meglio?! Tu ora pensa a mio marito, per far un esempio: chi è che gli sta dietro? Io sono vecchia, non mi fido mica! Mia figlia lavora e poi ha la sua famiglia. Sì, ci dà una mano, per carità, non mi posso lamentare di lei, ma non è giusto che noi facciamo affidamento su lei. I giovani devono avere la loro vita, no?”. “Uhm… sì, ma” e m’interrompe ancora: “È un bel problema, sai? Una volta, invece, restavi in ospedale finché non stavi veramente bene, te lo ricorderai anche tu”.

Allora ho puntualizzato che i primi non pagatori di tasse non sono certo gli immigrati e ho cercato di dire che le cose sono un po’ cambiate, sì, ma non a causa loro, e che ha ragione sulle difficoltà che abbiamo tutti nello star dietro a un familiare bisognoso di cure, ma forse l’ospedalizzazione non è il modo migliore. Allora lei, che sembrava starmi ad ascoltare con un certo interesse, ha cominciato a tirare in ballo il medium televisivo, come stesse proprio lì tutta la verità, la soluzione per il nostro emergente disaccordo e, con tono quasi di rimprovero: “Eh, ma tu non la guardi la televisione!”. Probabilmente stava lì lì per affermare qualcosa di paradossale perché sua figlia, che evidentemente la conosce e che se n’era rimasta tutto il tempo in cucina a far mestieri e da lì ci ascoltava, aveva buttato la testa di qua dello stipite della porta e aveva esclamato rivolgendosi a me: “Non farci troppo caso a come parla mia madre, lei è una donna senza cultura e spesso dice cose sbagliate”. Ecco, “cultura”, la parola magica. Non dico niente. Solo penso a quanto il diffuso utilizzo, in senso non antropologico, del concetto di cultura abbia costituito una trappola per ridurci e chiuderci. Anna, invece, interviene subito per dire che è vero, un po’ ignorante lo è. La sua famiglia non aveva avuto le possibilità economiche per farla studiare, però qualcosa è in grado di capirlo, ché oggi le informazioni circolano, mica è più come una volta. E riattacca con le lagne, aggiustandone tuttavia il tiro. Non ce l’ha più con i ricoverati ospedalieri di origini extranazionali che vivono e lavorano qui. Ora ce l’ha con quelli che vengono al nord per curarsi partendo dal sud, cioè pur vivendo laggiù. E perfeziona la sua teoria del mutamento nei servizi sanitari. In sostanza, quel che dice è che se siamo in condizioni di scarsità e la partecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria è richiesta come sempre più cospicua, è perché al sud nessuno paga, da una parte, e, dall’altra, i soldi (“nostri”) mandati dal governo centrale se li mangia chi occupa posizioni di potere, la mafia e i suoi affiliati. Così le strutture di cura sono poche e inefficienti, “non funzionano bene” e mi cita anche casi di malasanità di cui io non avevo mai sentito dire, o non me ne ricordavo più. Perciò qui al nord, dice, è come pagassimo due volte, perché oltre alle tasse, al ticket, c’è anche il prezzo delle lunghe attese per accedere alle prestazioni, degli ospedali con posti letto insufficienti, del poco personale, eccetera eccetera – senza considerare che “adesso li vogliono chiudere tutti, gli ospedali più piccoli”.

Insomma, Anna riconosce una certa inevitabilità delle scelte di migrazione sanitaria di molti pazienti che vengono dal sud Italia ma identifica in questo fenomeno la vera attuale problematicità del sistema sanitario regionale. Beh, sì, Padova forse un po’ di gente da altrove l’attrae – le dico -, almeno per alcune specialità, ma non mi sembra si tratti di numeri così significativi. Ha invece l’impressione che siano moltissimi, lei. Allora le ricordo che, nonostante il livello organizzativo regionale, il servizio sanitario è pur sempre nazionale e forse non è molto sensato non considerarci come Paese unico. Senza neanche pensarci tanto, esclama che è vero, che ho ragione, che l’Italia è l’Italia e che lei non è mica leghista. Marina, in effetti, un giorno che si parlava di elezioni e si rideva sulla campagna di un candidato locale, mi aveva detto che anche Anna e Bepi, e i cognati accanto, insomma quasi tutti qua intorno, tranne un paio di famiglie, sono stati sempre, tradizionalmente, di sinistra.

Comunque, Anna e Bepi adesso hanno un problema e Cristina, stavolta senza neanche affacciarsi dalla cucina dove stava affaccendata con la sistemazione della spesa, annuncia che aveva comprato del pane confezionato, della Roberto, ché lei pure ogni tanto ne fa uso e non lo trova affatto male. Anna tace, mi guarda come se avesse subito uno smacco gravissimo. Poi storce il naso. Cristina, forse, ha immaginato la sua reazione, perché quasi urla: “Mamma, per tre giorni tu non mi vedi, te l’ho detto! Non posso venire prima di Sabato, lo sai”. “Lo so amore, me lo hai detto, non ti preoccupare” le risponde e, a me, come recuperando il filo del nostro discorso, per chiuderlo: “Foresti o non foresti, non so come ne andremo fuori, da questa situazione. E non dico per me, per noialtri poveretti qua, che ormai siamo vecchi e, anche se non ci curiamo, chi se ne importa. Lo dico per voialtri, che siete giovani. Ah, Signore, quando le cose non vanno, non sai proprio più come rigirarti dentro questo mondo!”. Già. Il bisogno, che rovina il nostro sentimento del mondo e confonde il pensiero, era la prima cosa che da piccola pensavo non avrebbe potuto più turbarmi una volta adulta, una delle conquiste da non mancare.  Lo so da un pezzo di aver avuto all’epoca un’idea troppo zen della saggezza.  Così, ancora adesso, che sono quasi già vecchia,  ogni volta re-imparo più o meno daccapo e lentamente l’arte del prender distanza. Di Anna e Bepi credo, dunque, che han bisogno di niente, in realtà – intendo nel senso della cura, dell’assistenza sanitaria, e in questo momento. Il lagnarsi, cioè, e il contrapporsi a un alter qualsiasi, mi pare niente più che una richiesta di riconoscimento, e giusto perché c’era stato insegnato il consegnare il corpo alle amorevoli cure istituzionali (in un certo senso sdoppiandoci, e mettendo tra parentesi  la nostra, individuale responsabilità su esso) come un modo per essere parte. (T.P.)

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1 Commento

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Una risposta a “Bisogno, cura e riconoscimento

  1. Merj

    Ancora una volta sono colpita da quanto hai scritto T.P., affascinata perché leggendo ho sentito d’essere lì, partecipe e presente. La Signora Anna, nel suo pensiero apparentemente semplicistico, ha toccato una realtà scottante per certi aspetti. Il Servizio Sanitario è nazionale ma le modalità attuative sono gestite a livello regionale. Un esempio è il riconoscimento dell’invalidità. La differenziazione è palese nella percentuale applicata , a completa discrezione, da parte delle Commissioni mediche Ulss. E’ una triste constatazione sulla “mia pelle” e di quanti come me, hanno le stesse patologie. In alcune Regioni d’Italia si può accedere ad un percorso di cura specifico. A conclusione di quanto ho scritto, utilizzo le parole del titolo dell’articolo, auspicando per il futuro prossimo che dal “bisogno” vi sia il corretto riconoscimento e la conseguente adeguata cura.Grazie sempre T.P.

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