A proposito di medicina difensiva

Durante un recente convegno mi è capitato di avere una conversazione con alcuni medici di famiglia e l’argomento era quello della cosiddetta medicina difensiva, ovvero quell’atteggiamento di molti medici che prescrivono esami diagnostici ed accertamenti in modo eccessivo, per potersi  cautelare in caso di eventuali denunce da parte dei pazienti. Uno dei medici, in particolare, raccontava l’incredibile episodio che gli era capitato con una paziente che, dopo avergli manifestato la sua gratitudine e stima per averle risolto una crisi d’asma con un’iniezione, gli comunicava che, sapendo che il medico era assicurato, l’avrebbe comunque citato in giudizio per risarcimento, in quanto l’iniezione le aveva lasciato un punto scuro sulla pelle. Una delle principali preoccupazioni del medico era quella che a “giudicare” il suo operato ci fossero dei profani, persone che non facevano parte del suo gruppo professionale e che, soprattutto, utilizzavano un metodo ed un linguaggio diversi da quelli cui era abituato. Infatti raccontava, fra lo stupito e il contrariato, come avesse dovuto affidarsi ad un avvocato il quale gli parlava usando termini tecnico-giuridici a lui sconosciuti, creandogli  forte disagio e disorientamento.

A questo punto ho fatto presente che è esattamente quello che accade ad un paziente quando si affida alle loro cure: entra in un mondo a lui sconosciuto in cui esistono procedure, consuetudini e regole cui non è abituato e il cui significato spesso gli sfugge. E’ curioso vedere come non ci si renda conto che spesso ciò che rimproveriamo ad altri è quello che, in circostanze diverse ma analoghe, facciamo noi stessi.

Da un certo punto di vista, anche la medicina è una sorta di “processo”, nel quale il medico riveste il ruolo del giudice e il paziente quello dell’imputato. Il medico applica le leggi della medicina, come il giudice il codice delle leggi, ed in base ad esse decreta se il paziente è malato oppure no. Il paziente può accettare o meno la diagnosi e l’eventuale terapia così come l’imputato fa con la sentenza e la pena eventuale, ricorrendo ad un più elevato grado di giudizio. Le analogie sono molte ma non è il caso di continuare ad elencarle.

La medicina difensiva non è soltanto frutto di una maggiore consapevolezza dei propri diritti da parte dei pazienti ma anche, se non soprattutto, delle strategie messe in atto da alcuni soggetti interessati, dalle società assicurative ai medici legali, dagli avvocati ai periti, dai laboratori di analisi ai produttori di macchinari diagnostici e a tutti coloro che traggono beneficio dall’estensione di questo fenomeno sociale.

Per questo motivo non sembra molto utile un atteggiamento di chiusura, se non di ostilità, da parte dei medici nei confronti dei pazienti perché provoca solo un irrigidimento delle posizioni reciproche mentre sarebbe auspicabile un dialogo più aperto, senza subalternità e asimmetrie, che porti a disinnescare questo circolo vizioso della crescente diffidenza fra le parti.

Altrimenti ci si continuerà a beccare come fanno i galli da combattimento, ignari che intorno c’è chi si arricchisce lucrando sulla lotta. (A.A.)

 

 

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