RIPARARE I VIVENTI – il film.

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Impressioni sul film di Katell Quillevere, nelle sale in questi giorni.

L’inizio è una carezza. Poi si è introdotti in una dimensione che è tutto un pulsare, forte e tragico. “Questo film già mette ansia”, sento subito dire non lontano da me. La sala è semivuota, ma forse il deserto della Domenica sera è abbastanza normale al cinema. Anche io evito sempre la Domenica sera. Però stavolta, facendo due conti, ho realizzato che non avrei avuto altre occasioni, non nel mio cinema preferito perlomeno, dove ho persino un posto preferito. Non che ci tenessi particolarmente a vedere questo film, tuttavia m’intrigava il titolo. Inoltre, ne avevo già troppo sentito dare giudizi, per procrastinarne ancora la visione. A dirla tutta, ci sono andata per niente bendisposta, considerando anche che sapevo da più fonti che il romanzo di Maylis De Kerangal, dal quale il film è stato tratto e che non avrò certo il tempo di leggere, risulta assai più coinvolgente e ha avuto gran successo, almeno oltralpe, pare sia meglio riuscito insomma. Alla fine comunque sono stata contenta d’aver fatto lo sforzo, ché ci sto ancora riflettendo, anche se poi non lo so mica dire se m’è piaciuto oppure no RIPARARE I VIVENTI – titolo che fa proprio un concetto il quale, dicono, si sta diffondendo alquanto, negli ultimi tempi. L’impressione a caldissimo era che il tutto arrivasse quasi come una caricatura dell’umano, del nostro insieme fatto di ciò che è estremamente preciso e consistente e di ciò che è estremamente vago e aleatorio, di meccanismo concreto, da una parte, e di sentire processato, dall’altra. M’è parso quindi d’avere a che fare con la sintesi tentata invano e il raggiungimento solo del compromesso, ma comunque con la ricerca di ciò che ci tiene in piedi sebbene sempre in qualche senso sbilanciati in quest’esistere esposto un po’ al caso e agli effetti delle reti di relazioni, un po’ alla nostra stessa disattenzione, o inconsapevolezza, o imperizia, o disamore verso il meccanismo, insomma l’umano azzardo.

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Rappresentazione olistica dell’umano ma anche spinta a maturare un sentimento simmetrico di sé: questo il film potrebbe essere, e a tratti riesce ad avvicinarvisi. Tuttavia il vero filo rosso, che lo percorre tutto, sembra quello del corpo come fondamento, come base di ogni nostra possibilità, in una visione che rivendica – e finalmente, verrebbe da dire – quella simmetria che la nostra cultura ci ha troppo negato, curandosi di tenere spirito e corpo a lungo rigorosamente separati. Eppure.. Eppure non m’è giunto così semplice il messaggio, in un periodo in cui sarei pronta a vivere come stessi anch’io con poche manciate d’anni su una tavola da surf assieme a Simon e i suoi amici a sfidare le onde dentro al crepuscolo mentre la notte volge al termine e, poi, sul furgone del ritorno piena di sonno e non un dubbio sul fare strada ancora, sul procedere così. C’è però che Simon è davvero un ragazzo, appena diciassettenne, e lo capisci che ha grandi cose tra le mani: un amore freschissimo, un cuore perfetto da vere imprese, fisiche, e una bici. La sua morte è dura da accettare. D’altra parte, la non giovanissima Claire, in attesa del trapianto, ha in sospeso cose non da poco: fili allentati o spezzati, a causa della malattia, e che varrebbe certo la pena di recuperare. Eppure.. Eppure la sobrietà con la quale viene affrontato il tema della necessità d’un cuore “nuovo” non riesce a spostarmi dal mio orlo del precipizio mentre, in un momento che s’allunga all’estremo, è come decidessi di viverlo ora il lancio, proprio ora. Ecco, lo sbilanciamento verso il meccanismo, che si rinviene in molti punti dell’opera, mi suscita un che di ribellione, forte.
Il titolo sembra trovare la propria ragion d’essere proprio nella narrazione dei momenti chirurgici, definita da diversi commentatori quasi documentaristica e che a me pare proprio quanto maggiormente contribuisce a esasperare l’aspetto biologico e organico del nostro esistere così come è rappresentato. Tuttavia, quel “riparare” acquista il valore del permettere di vivere pienamente, per quanto ciò resti nel dominio di suggestioni affidate soprattutto al ruolo di Claire, che ha rinunciato a un amore a causa della sua invalidante e improvvisa patologia, amore al quale riapre le porte già nel momento in cui decide di mettersi in lista per il trapianto.
Questa dell’amore romantico è un po’ la retorica che, assieme a certi effetti drammatici che attraversano la prima parte del film, procura una sensazione quasi di eccessivo e grossolano. Si va dalla narrazione dell’innamoramento di Simon all’amore giusto accennato e un po’ tirato di una giovane operatrice sanitaria verso un certo Bruno al quale scrive “Je t’aime” dopo aver percepito il tragico che ha colpito la famiglia di Simon, poi all’amore prima abortito e quindi evidentemente recuperato di Claire. Ci sono gli affetti familiari, anche, ma tutto questo non basta come contrappeso a quel distacco quasi aprioristico da parte della ricevente il cuore verso il suo donatore. E’ un distacco come da officina, discusso dai silenzi e un poco dall’impaccio, e precipitato poi in quel dubbio che la donna esprime alla cardiochirurga: “Non sono sicura di voler vivere con il cuore di un morto”.
Ma è la figura d’un medico, Thomas, a risultare particolarmente risolutiva nello svolgersi di tutta la vicenda, specie dal punto di vista dei disequilibri tra diverse valenze dell’umano. Egli svolge il compito di verificare lo status di donatore del ragazzo in morte cerebrale, di negoziare con la famiglia, di seguire l’espianto facendosi garante del mantenimento delle sembianze, d’una apparente integrità del corpo, e del rispetto dei desiderata dei familiari, soprattutto portando il loro ultimo saluto prima che le macchine siano staccate. Si tratta di una figura ammantata di una delicatezza che colpisce e conforta, con sommovimenti interiori appena appena suggeriti, da gesti più che da altro. Thomas, a me pare, riscatta anche quell’avvertibile presa di posizione iniziale, quando la morte del ragazzo viene associata – indirettamente, va bene – alla giovinezza irresponsabile e appassionata, ma soprattutto riscatta quell’ostentato tecnicismo astratto che sa di riparazione materiale soltanto e che trova momento emblematico prima nelle pratiche del centro trapianti (qui) e poi nell’intervento d’impianto, con seducenti immagini dell’organo e con l’esortazione della cardiochirurga, ad esso rivolta: “Forza piccolo, comincia a battere!”.

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In fin dei conti, RIPARARE I VIVENTI m’è piaciuto, direi: forse perché ad essere in primo luogo trasmessa è la difficoltà di raccontarci e percepirci come unità, di reintegrare il corpo a pieno titolo nelle coscienze, e perché ci lascia con quel non so che di drammatico nell’aria, carica non solamente della minaccia continua per la vita individuale, ma anche del dubbio che nell’officina degli organi ci sia qualcosa d’altro a rischiare tragicamente di andare perso. (T.P.)

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