La morte di Ivan Il’ic

Sono passati più di cent’anni da quando Tolstoj descriveva i dubbi, le paure e le speranze che albergano nell’animo di una persona che teme di essere malata. Eppure ancora oggi questi sentimenti sono presenti in gran parte di coloro che, colpiti da  malattia, si rivolgono ad un medico.
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da  “La morte di Ivan Il’ic”, di Lev Tolstoj

Dopo una scenata durante la quale Ivan Il’ic era stato particolarmente ingiusto e dopo aver ammesso, al momento della spiegazione, che la sua irritazione era essenzialmente dovuta alla malattia, la moglie concluse che doveva assolutamente farsi curare e insistette perché consultasse un noto medico. Egli ci andò. Tutto fu come si aspettava; tutto come sempre avviene. L’attesa in anticamera, il tono d’importanza dottorale che egli conosceva bene, perché era lo stesso che usava in tribunale, i colpetti delle dita, l’auscultazione, le domande che richiedevano risposte predeterminate ed inutili e quell’aria solenne che diceva: voi non dovete far nulla, affidatevi a noi, facciamo tutto noi, noi sappiamo bene, infallibilmente, quello che si deve fare, chiunque voi siate, tutti gli uomini vanno presi alla stessa maniera. Esattamente come in tribunale. Il noto dottore teneva verso di lui lo stesso contegno che Ivan Il’ic teneva in tribunale verso gli imputati. Il dottore diceva che c’erano determinati sintomi che segnalavano la presenza di una certa affezione interna, la quale però, se non era confermata da questo e da quest’altro esame, non era attendibile e poteva lasciar presupporre la presenza di qualcos’altro del genere di…
Per Ivan Il’ic  una sola cosa era importante, sapere se la sua situazione era grave oppure no. Ma il dottore ignorava quella richiesta inopportuna. Dal suo punto di vista era una domanda oziosa che non meritava considerazione; si trattava solo di soppesare alcune ipotesi: rene mobile, catarro cronico o affezione dell’intestino cieco. Non era in gioco la vita di Ivan Il’ic, ma la disputa fra rene mobile ed intestino cieco. E il dottore risolse brillantemente, sotto gli occhi di Ivan Il’ic, questa disputa a vantaggio dell’intestino cieco, con la riserva che l’esame avrebbe potuto fornire dati nuovi, alla cui luce il quadro complessivo avrebbe potuto essere rivisto. Era esattamente quello che Ivan Il’ic  aveva fatto brillantemente migliaia di volte con i suoi imputati. Altrettanto brillantemente il dottore trasse le sue conclusioni mentre fissava, al di sopra degli occhiali, il suo imputato, con sguardo trionfante e perfino allegro. Dalle parole del dottore, Ivan Il’ic  si creò la convinzione di essere molto ammalato. E capì che la cosa non importava un gran che al dottore e, in fondo, nemmeno agli altri. Ma lui stava male. La scoperta lo ferì dolorosamente, suscitandogli un sentimento di pena verso se stesso e di rabbia verso il dottore, indifferente a una questione tanto importante. Tuttavia non fece commenti, si alzò, depose i soldi sul  tavolo e sospirando disse soltanto:
–       Probabilmente noi malati rivolgiamo spesso domande fuori luogo. Ma questa malattia è grave o no?…
Il dottore gli gettò uno sguardo severo da un occhio solo, attraverso gli occhiali, come a dire: imputato, se non rimanete nei limiti delle domande che vi vengono poste sarò costretto a farvi allontanare dall’aula.
–       Vi ho già detto ciò che ritengo utile e necessario, – rispose il dottore. – Il resto sarà rivelato dalle analisi. – E con ciò si inchinò.
Ivan Il’ic  uscì lentamente, salì abbattuto sulla slitta e si avviò verso casa. Per tutta la strada rimuginò le parole del dottore, cercando di tradurre in linguaggio semplice quei termini confusi, scientifici e tortuosi, di leggervi una risposta alla domanda: stava male, molto male, o non era così tanto grave? Gli pareva che il senso di tutto il discorso del dottore si riassumesse in questo, che egli stava molto male. Per la strada ogni cosa gli parve triste. I vetturini erano tristi, le case erano tristi, i passanti, le botteghe erano tristi. Gli pareva che il dolore sordo, ottuso che non lo lasciava un attimo avesse assunto, alla luce degli oscuri discorsi del dottore, un nuovo inquietante significato. Ivan Il’ic  prestava ascolto a quel dolore con un sentimento diverso e penoso.
[ …]
–  Ma sì, – disse – Dopo tutto, forse, non è così grave… – Cominciò a prendere le medicine, a seguire le prescrizioni del dottore, le quali, per altro, furono sostituite dopo il risultato delle urine da altre prescrizioni. A questo punto però risultò ch’era successo qualcosa di  strano durante le analisi, o dopo, nella lettura dei risultati. Non era colpa del dottore, ma sembrava che non fosse stato fatto quello che il dottore aveva richiesto, oppure che questi si fosse dimenticato di richiederlo o gli avesse mentito o nascosto qualcosa. Ivan Il’ic  continuò ugualmente a seguire le prescrizioni e nei primi tempi trovò una certa consolazione in questa sua diligenza. La sua occupazione principale dopo la visita dal dottore, oltre all’osservanza scrupolosa delle prescrizioni riguardanti la dieta e le medicine, divenne l’attenzione verso il proprio male e, in generale, verso le funzioni del proprio organismo. L’argomento di maggiore interesse divenne per Ivan Il’ic  quello relativo alle malattie e alla salute. Quando  in sua presenza si parlava di ammalati, di morti, di persone guarite, soprattutto se la malattia in questione assomigliava alla sua, egli cercava di nascondere la propria agitazione, ma ascoltava attento, faceva domande e cercava di applicare alla sua situazione i dati di cui veniva in possesso.
[…]
Peggiorava inoltre la propria situazione leggendo libri di medicina e consultando vari medici. Il peggioramento era costante, ma egli riusciva ad ingannarsi confrontando solo un giorno con l’altro; la differenza era minima. Ma quando consultava qualche medico gli sembrava di stare peggio, anzi di peggiorare molto rapidamente. E nonostante ciò continuava a consultarli. Durante quel mese era stato da un’altra celebrità, la quale aveva ripetuto quasi le stesse cose della prima, pur avendo impostato il problema diversamente. Questa nuova visita servì solo ad accentuare il dubbio e i timori di Ivan Il’ic. Un amico di un suo amico, un ottimo medico, diede della malattia un’interpretazione ancora diversa e, benché assicurasse la guarigione, tuttavia, con le sue domande e congetture non fece che confondere ulteriormente Ivan Il’ic, rinfocolò tutti i suoi dubbi. Un omeopata diede una versione ancora diversa e prescrisse una medicina che Ivan Il’ic  prese segretamente per tutta una settimana. Ma allo scadere della settimana, non riscontrando alcun beneficio perse la fiducia sia in questa che nelle precedenti medicine e cadde in uno stato di depressione ancora più cupo. Una volta una loro conoscente raccontò di una guarigione avvenuta grazie alle icone. Ivan Il’ic  si rese conto di essere oltremodo interessato a quel fatto e di credervi. La cosa lo spaventò. “Possibile che abbia perso il cervello fino a questo punto?” – si disse.

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