Snaturata

di Annalisa Bruni

Mi sono decisa, finalmente. Ci  ho pensato per tanto tempo. Speravo che passasse. Ogni mattina volevo convincermi di non sentirli più, e invece, man mano che mi svegliavo, dovevo arrendermi all’evidenza, dovevo ammettere che anche loro si stavano svegliando ancora una volta insieme a me. I miei dolori. Dappertutto. Cercavo di ricordare quando erano iniziati, ma non ci riuscivo, e del resto sapevo bene che risalire all’origine non mi avrebbe dato alcun sollievo. Anzi, quantificare esattamente il tempo che era passato poteva soltanto amplificare ancor di più la mia ansia. Mi svegliavo che era ancora buio e restavo a occhi chiusi ferma e buona ad ascoltare il respiro pesante di Vittorio accanto a me e cercavo di riaddormentarmi pensando alla lunga giornata che avevo davanti. Ma sapevo che la sveglia non mi avrebbe sorpresa nel sonno, sapevo che al primo trillo la mia mano sarebbe stata pronta a scattare per farla tacere. Solo allora il sonno mi sorprendeva di nuovo, per qualche minuto, come se volesse farsi beffe di me, in modo da rendere ancor più penoso il rito mattutino che prevede invece efficienza e rapidità.
Ci  ho pensato tanto e poi ho deciso, come faccio sempre, una volta per tutte. Se deve essere voglio saperlo io per prima, come quando mi sono svegliata una mattina con una palla nella pancia, una bella grossa palla che premeva e sbucava rotonda a destra sopra il pube. La sera prima non c’era – che ci crediate o no – la mattina dopo era lì, invadente e perentoria, e io non potevo farmene una ragione. Troppi intorno a me si sono ritrovati con palle come queste perché potessi permettermi di non farci caso, di lasciar correre. E mi sono affidata, mi sono fidata – anzi – di chi credevo ne sapesse più di me; non avevo motivo di dubitare e forse non volevo nemmeno farlo, semplicemente credevo a quello che mi veniva detto e soprattutto mi lasciavo convincere dalle risposte tranquillizzanti alle mie domande che certo tranquille non erano.
“I dubbi sono degli ignoranti” aveva detto il primo medico che mi aveva visitato e che aveva sentenziato subito la necessità di un intervento drastico e irreversibile. Il secondo aveva confermato il punto di vista del collega, non c’era altro da dire. Non c’era altro da chiedere.
“Paura ingiustificata, pregiudizi antiquati, ormai la medicina non è più quella di una volta, interventi di questo tipo sono all’ordine del giorno, signora, in una settimana se la cava, poi starà benone – vedrà – anzi, starà meglio di prima”.
E io ho voluto essere all’altezza della situazione, come sempre. Non si può deludere la gente. Mi hanno chiesto se avrei voluto altri figli. Io ci ho pensato e ho detto, in tutta sincerità, che due bastavano, che da anni dal quel punto vista avevo chiuso bottega, e allora giù tutti a dire che quindi problemi non ce n’erano. Perché invece, nel caso altri figli ne avessi voluti, allora sì che sarebbe stato più difficile da accettare, ma in questo modo era tutto più semplice, anzi ci avrei guadagnato, pensa un po’: basta con pillola, spirali, diaframma, coiti interrotti e altre seccature e diavolerie, tutto sarebbe filato liscio come l’olio, me la sarei spassata, altroché. Qualche dubbio me l’ha spazzato via con fastidio uno specialista che quasi quasi si offendeva.
“Menopausa precoce? Ma lei scherza, signora. Se conoscesse meglio il suo corpo e la sua fisiologia – quanta ignoranza c’è in giro, anche tra i laureati, sa? Lei è laureata? Ah, ma in lettere, allora non conta – saprebbe che non è l’utero a secernere gli ormoni. Quindi. Noi le ovaie mica le tocchiamo, non c’è proprio niente di cui preoccuparsi. Pensi invece alla liberazione, al sollievo di non dover armeggiare tutti i mesi con pannolini maleodoranti, tampax e altre schifezze che a solo pensarci mi viene da vomitare. Conosco più di qualcuna che ci farebbe la firma, e poi senta, diciamola tutta, ho perso proprio ieri una paziente per un brutto tumore proprio lì, lei invece in questo modo, riduce il rischio, lì non le potrà mai venire. Questo grosso fibroma insomma le fa un bel servizio, non le pare? Ahahah!”
Ma io non ho riso. Mi veniva invece da piangere, anche se razionalmente mi volevo convincere che, per quanto grossolano e volgare, questo dottore voleva solo sdrammatizzare la situazione. Tanto da venirmi a raccontare di quella sua paziente che, dopo un intervento come quello a cui mi dovevo sottoporre io, non riusciva ad accettarsi. Si sentiva vuota. E il medico, per convincerla del contrario, si era spolmonato a spiegarle di quante belle cose, oltre a quell’utero bitorzoluto e inutilizzabile, ci sono nel ventre di una donna. Un bell’intestino con tanta bella merda, per esempio – pensavo io – mentre guardavo il tizio in camice, il ricciolone che mi passava fazzolettini clinex con la sinistra e con la destra intanto firmava l’impegnativa per il ricovero.
Adesso questi dolori che non passano, pensavo, alzandomi per fare il caffè. Lo preparo sempre prima di svegliare i bambini, così me lo bevo in pace, ascoltando il concerto del mattino alla radio. Le gambe, per esempio. Una morsa che stringe senza tregua. E poi gli alluci, dolenti, gonfi, arrossati e sempre più sporgenti. Mi viene in mente mia nonna che andava in giro coi sandali anche d’inverno perché non trovava scarpe abbastanza larghe in punta per contenere i suoi piedi deformati, sulle dita, a triangolo scaleno, con un orribile cipollotto come angolo alla base. Non potevo guardarli, tanto mi sembravano brutti, quei piedi. E adesso, un po’ alla volta, anche i miei sarebbero diventati così, di sicuro. Alluce valgo. Ma si può operare. La chirurgia al giorno d’oggi fa miracoli, naturalmente, mi hanno detto anche questo. Già, operare. Loro fanno presto a tagliare, segare, amputare, cucire. Penso che non permetterò più a nessuno di mettermi le mani addosso e comunque non è detto che io abbia la stessa patologia di mia nonna, anche perché lei i dolori alle gambe non li aveva, o almeno, non me ne ricordo. Adesso che è morta non me lo può più nemmeno raccontare. Intanto, mentre la caffettiera è sul fuoco, attraverso il corridoio, accendo la luce in camera dei ragazzi, mi chino sulla testa arruffata di Tommaso, prima di baciarlo sulla nuca, lo annuso, caldo e profumato di sonno. Che è ora di alzarsi lo sa, la sua radiosveglia suona da almeno un quarto d’ora, ma finge di essere ancora profondamente addormentato e il suo buongiorno è un lamento mal represso, uno sbuffare infastidito. Giovanni invece, con la faccia seminascosta dall’orsacchiotto, il mio bacio nemmeno lo sente. Continua a dormire. Intanto cerco i suoi vestiti, li trovo appallottolati sulla sedia della sua scrivania e lascio passare qualche altro minuto mentre tento di lisciarli alla bell’e meglio con le mani, distendendoli ai piedi del letto, che lui ancora non riesce ad occupare fino in fondo, anche se sta crescendo rapidamente.
Dalla cucina il caffè si fa sentire, corro a spegnere il fuoco per non ritrovarmi il fornello da pulire, oltre al resto. Prendo dallo scolapiatti due tazze per il latte. In una verso qualche cucchiaio di orzo solubile, nell’altra del cacao in polvere. Aggiungo lo zucchero e il latte, rigorosamente freddo. Lo hanno bevuto sempre così, i miei figli, anche quand’erano piccoli, non hanno mai voluto che lo scaldassi, anche se così è più difficile amalgamare e sciogliere bene la polvere e lo zucchero, oltre al fatto che una cosa calda nello stomaco appena svegli è preferibile a un liquido gelido, anche per l’intestino, poi mi devo dannare con le mele e le prugne cotte, la crusca e il pane integrale, che non vogliono vederli nemmeno dipinti. Ma vaglielo a spiegare tu a quei due. Li chiamo dalla cucina, perché dal corridoio non sento alcun rumore. Dormono, ancora, di sicuro. Intanto mi verso il caffè, aggiungo del latte per raffreddarlo un poco, mi siedo sul bordo della sedia al tavolo della cucina, apro la scatola tonda dei biscotti, ne tuffo uno nella tazza e, appena ha assorbito quel tanto di liquido che basta ad ammorbidirlo, lo lascio sciogliere lentamente in bocca.

Telefono. Occupato. Sempre così. Le linee degli ambulatori sono sempre intasate. Mi ricordo quando avevo i bambini piccoli, con la febbre a quaranta e chiamavo la pediatra negli orari stabiliti. Dalle otto alle dieci. Sempre occupato. Ci passavo un’infinità al telefono a comporre e ricomporre il numero, con Tommaso che scottava in braccio, o con Giovanni urlante per il mal d’orecchi. Dovevo essere costante per infilarmi tra una chiamata e l’altra, in quel brevissimo, infinitesimale intervallo di tempo prima che qualche altra mamma, più fortunata di me, beccasse la linea finalmente libera. Non avevano ancora inventato la possibilità di prenotare la chiamata. Ma ci riuscivo sempre, bastava avere la pazienza di insistere.
Vittorio no, questa pazienza non l’ha mai avuta.
“Cos’ha detto la pediatra?” Gli chiedevo, rientrando a casa dall’ufficio, le rare volte che si era offerto di telefonare lui.
“Non sono mica riuscito a parlarci”, mi rispondeva.
“Ma come? Non c’era?”
“C’era, eccome. Il telefono era sempre occupato. Ho provato due o tre volte, poi ho lasciato perdere, tanto era inutile. Magari stasera lasciamo un messaggio in segreteria”.Dopo una buona mezzora di tentativi la linea dà segnale libero. Qualche squillo e risponde una voce femminile piuttosto annoiata:
“Studio medico del dottor Parisi, buongiorno.”
“Buon giorno, vorrei fissare un appuntamento col dottore.”
Questo Parisi mi hanno detto che è molto bravo, un mago, addirittura, insomma un ottimo ortopedico. Speriamo. Di questi dolori non ne posso proprio più.
“Prima di tre settimane è impossibile”, mi dice la voce, scandendo le parole, come se avessi chiesto la luna, “posso infilarla… ecco, sì, venerdì ventotto marzo alle dieci”, il tono si fa molto assertivo.
“La mattina lavoro, non potrebbe fissarmelo di pomeriggio?”
“Ah, beh, allora”, comincia a innervosirsi “ si va al mese prossimo, sa? Il dottore ha un convegno negli Stati Uniti, e prima del sei aprile non rientra. Alle quindici del sei aprile, allora.” Neanche le passa per la testa di chiedermi se mi va bene.
Consulto rapidamente la mia agenda e vedo che a quel giorno alle tre devo tenere una lezione a un corso di aggiornamento.
“Mi scusi, ma il sei aprile a quell’ora ho un impegno. Non c’è posto più tardi, verso le diciotto?” e penso che se faccio una corsa, magari.
“Ho il pienone, posso infilarla alle diciotto, ma del dodici aprile.”
Un altro sguardo alla mia agenda mi costringe a constatare che quel giorno devo essere a Roma per una riunione al Ministero. Quando lo dico, pur con un  certo imbarazzo, scateno un’iradiddio.
“Senta, signora!”, sbotta quella che immagino sia la segretaria del dottore tanto impegnato e quindi importante e quindi molto bravo, “Lei mi sta tenendo il telefono occupato per un’eternità. C’è un sacco di gente che telefona, sa? Non posso mica perdere tutto il pomeriggio con lei! Non le va bene niente!”
“Che molta gente chiami questo numero, lo so bene”, replico io, cercando di mantenermi calma, ”visto che ho perso più di mezz’ora prima di trovare la linea libera. Guardi che non c’è solo il dottor Parisi ad avere degli impegni a questo mondo. Abbia pazienza, mi aiuti a trovare una soluzione rapidamente. È anche nel mio interesse, mi creda, concludere al più presto questa telefonata. Non ho tempo da perdere neanch’io.” Il mio tono, anche se cerco di mantenere la calma, certo non è più cordiale. La manderei volentieri dove so io, ma non si può.
Le propongo, velocissima perché temo mi sbatta giù il telefono, un’altra data che, per fortuna, si incastra nell’infinità di visite, convegni, conferenze e chissà cos’altro del dottore. Dovrò fare i salti mortali quel giorno, ma non c’era comunque molta scelta. Ci salutiamo freddamente.
Per ora so solo che dovrò tenermi questi dolori per un altro mese e mezzo, almeno.

Se Dio vuole arriva il giorno. Il gran giorno della visita con il grande ortopedico tanto impegnato, quindi tanto importante, quindi tanto bravo.
Arrivo trafelata, scendendo dall’auto di un collega che era con me a una riunione e che si è offerto di darmi uno strappo fino a lì. Sono anche in anticipo, di qualche minuto, sulle 16.00, ora stabilita con tanta ostinazione nella famosa telefonata. Nella sala d’aspetto dell’ambulatorio ci sono quattro persone. Mi guardo intorno e mi chiedo se ci sono altri medici che ricevono qui.  Ma no, verifico, e sulla targa, fuori della porta, c’è solo il nome del dottor Parisi. Comincio a insospettirmi. Vuoi vedere che sono tutti qui per lui? Chiedo alla signora seduta a fianco a me: “Scusi, a che ora aveva appuntamento lei?” Mi guarda rassegnata e mi risponde: “Alle tre!”. Proseguo nella mia indagine e scopro che, ma me lo sentivo, tutti e quattro avevano un appuntamento fissato prima del mio.
Di una segretaria, nemmeno l’ombra. Nessuno cui chiedere, nessuno con cui protestare.
Non ho altra scelta. Aspetto. Dev’essere il mio destino. Cercando di non farmi sopraffare dalla rabbia. Ho fatto l’impossibile per essere qui, non ho mangiato, ho fatto anticipare la riunione, scappando prima che finisse senza nemmeno poter votare il documento che avevo presentato io, e adesso devo star qui ad aspettare i comodi del luminare. Che i soldi vuol prenderli tutti, ma proprio tutti. Non si capisce allora perché la sua segretaria fa tante storie per gli orari. Tanto, ammassa la gente come viene viene. Tra l’altro, chissà quanto mi verrà a costare. Respiro a fondo, prendo la prima rivista che mi capita sottomano, un numero di “Gente” sfasciato e vecchio di qualche mese e lo sfoglio, cercando di interessarmi alle vicende dei Savoia, di una miracolata da Padre Pio, delle sorelle Carlucci e di una folgorata che sostiene di essere figlia del duce e della Petacci.
Cerco di consolarmi pensando che ne vale la pena, che questo dottore mi spiegherà perché ho tanti dolori alle gambe, mi ordinerà delle terapie, e che alla fine, starò meglio, se non di nuovo bene: cerchiamo di non farci troppe illusioni.
Aspetto più o meno un’ora e un quarto, prima di venire ammessa nello studio del medico.
Mi apre la porta un uomo grosso e sudato, col viso arrossato dalla couperose. L’impatto non è dei migliori, ma decido di non farmi condizionare dall’apparenza.
Mi fa accomodare di fronte a lui e si siede, con una certa fatica, alla scrivania.
Mi dice, socchiudendo gli occhi, come per concentrarsi: “Mi dica, signora, qual’è il suo problema?”
Gli parlo dei miei dolori, cerco di descriverli meglio che posso, contestualizzandoli con il quadro clinico della mia situazione. Gli parlo dell’intervento, mi dilungo forse un po’ troppo sulle complicanze, sull’emorragia interna che ha comportato una seconda operazione – d’urgenza, a notte fonda e a soli due giorni dalla prima – gli racconto che mi hanno salvato la vita per un pelo (così si dice, no?, quando i medici hanno corso il rischio di farti la pelle, tanto per usare un’altra frase fatta) e che nell’occasione, per non sbagliare ancora o va a capire tu perché, mi hanno asportato anche tutte e due le mie sanissime ovaie. Gli parlo, si capisce, della menopausa chirurgica – precoce, precocissima – e delle conseguenze che ne sono derivate: le palpitazioni, i brividi, i dolori articolari, e questo strano malessere alle gambe che non so dire. Lui non fa una piega.
“Quanti anni ha?”
“Trentotto.” E nemmeno questo lo impressiona.
Gli spiego che sono in terapia ormonale sostitutiva, ma che non mi pare di trarne  molti benefici. Non risponde. La cosa non sembra interessarlo.
“Ma sono fitte?”
“No.”
“Crampi?”
“Nemmeno.”
“Ma si tratta di dolori muscolari o sente male alle ossa?”
“Non lo so, dottore, è qualcosa di strisciante, di interno, che non le so descrivere meglio. Non mi fa dormire di notte, ma anche di giorno è presente, però lo tollero meglio. Che sia legato alla menopausa?”
“Macché!”, si irrita, “Lei non è in menopausa!”
“Come sarebbe a dire che non sono in menopausa?”
“Se sta facendo la terapia ormonale, lei non è in menopausa.”
E con questo, per lui, il discorso è chiuso.
Ho portato tutta la documentazione, la cartella clinica dell’ospedale, le radiografie e le analisi che ho fatto fino ad ora. Lui guarda distrattamente i referti, poi si alza e mi dice: “Si spogli e si sdrai sul lettino. Vediamo un po’ la sua ossatura”.
Mi svesto, rimango in mutande e reggiseno, mi sdraio su una panca di legno che lui ha chiamato lettino, dove sto scomodissima. Lui mi gira intorno e, con metodo, muove tutte le articolazioni cominciando dal braccio destro. Lo alza, lo piega sul gomito, lo fa ruotare all’altezza della spalla, prende il polso e muove la mano varie volte in tutte le direzioni possibili, poi fa scrocchiare tutte le dita, una per una. Passa alla gamba destra,  la flette sul ginocchio, la alza a squadra (con qualche difficoltà), poi muove il piede attorno alla caviglia. Stessa cosa con la gamba e col braccio sinistro. E mentre compie queste operazioni parla, senza smettere mai. Ma quello che dice è sorprendente. Non mi spiega nulla di ciò che sta facendo e di cosa capisca da tutto questo alzare, ruotare, piegare, tastare. Parla di me, di come sono io. Con una voce stridula che contrasta col suo corpo massiccio e pesante.
“Lei è una donna stressata. Una che lavora troppo, convinta di essere indispensabile, convinta che il mondo si fermi se si ferma lei. Una donna che pretende di tenere sotto controllo la sua vita e quella degli altri, dei figli, del marito”, durante il colloquio mi aveva chiesto se ero sposata e se avevo dei bambini, “Lei ha troppi impegni, signora”,  prima aveva anche chiesto dettagli del mio lavoro, “deve cambiare vita, dedicarsi di più alla famiglia. Lei è una di quelle persone che pretendono troppo da sé stesse e quindi anche dagli altri. Una che arriva sempre in anticipo e che fa sentire gli altri in difficoltà se deve aspettare qualche minuto agli appuntamenti.”
Io sono esterrefatta. Da una parte, il mio lato autolesionista, il mio super-io con questo ritratto ci vanno a nozze e mi fanno pensare: ma come fa a vedere tutte queste cose dalle mie ossa? Lo ascolto e mi faccio l’esame di coscienza e devo ammettere che, sì, lavoro troppo, mi spendo anche troppo; ammetto anche che sì, sono stanca, è vero, da troppo tempo non mi concedo più di qualche giorno di vacanza, perché le scadenze sono così ravvicinate che non è possibile assentarsi troppo a lungo dall’ufficio: il lavoro negli ultimi anni è aumentato e mi ha richiesto sempre maggior impegno. Dandomi anche molte soddisfazioni, però, c’è da considerare anche questo. Ma questo omone che ne sa? Parla lui, poi, che per avere questo appuntamento ho dovuto contrattare per mezz’ora.
D’altro canto, questa sua anamnesi pseudo-psicanalitica mi mette a disagio. Non me l’aspettavo. Pensavo che mi avrebbe diagnosticato, che ne so, un’artrite, o qualcosa di simile. A dire il vero, avevo anche immaginato che potesse ipotizzare un cancro alle ossa, io temo sempre il peggio, ovviamente. Invece tutto quello che per ora riesco a ottenere da questo dottore tanto impegnato (lui può, evidentemente), quindi tanto importante e quindi tanto bravo è questa ramanzina che mi fa sentire addirittura in colpa. Insomma, per farla breve: se sto male è colpa mia. Stai a vedere che ora mi tira fuori il fattore psico-somatico!
“Dovrebbe trovare un interesse che le dia tranquillità, come la lettura, per esempio”.
Qui riesco a inserirmi: “Veramente non faccio quasi altro, sia per lavoro che per mio piacere personale”.
“Ah, sì? Non si direbbe”, continua lui, cominciando a tirarmi il collo dopo aver preso ben saldamente nelle sue mani enormi la mia testa, “Dovrebbe scrivere, magari un diario, andare a fondo dei suoi pensieri, dei suoi desideri più profondi, delle sue frustrazioni, sa? Le farebbe molto bene.” E nel frattempo dà uno strattone tanto improvviso quanto violento alle mie vertebre cervicali da farle scrocchiare così forte che mi sembra voglia staccarmi la testa dal collo. Non riesco a trattenere un urlo.
E qui comincio a perdere la pazienza.
“Guardi che, non solo per lavoro, scrivo tutto il giorno. Qualcuno dice anche che sono una scrittrice, s’immagini!”
“Ah, sì?” dice distrattamente, mentre mi fa sedere con le gambe penzoloni dalla panca e comincia a tastarmi la schiena, pigiando con quei suoi ditoni ogni mia singola vertebra. La cosa a questo punto non gli interessa più. Continua a pontificare sempre sullo stesso registro, ripetendo il concetto con molte varianti. Io mi sento una madre assente, una moglie distratta, una donna di casa fallita, una workaholic, una schifezza, una stronza, e anche peggio. Una madre snaturata, insomma. Mentre questo pachiderma continua a percorrere ogni centimetro del mio corpo con le sue manone invadenti, penso che nessuna espressione meglio di questa può, oggi , descrivermi e sintetizzare ciò che sono diventata da quando mi è stata estirpata la natura, non la chiamavano così le nostre nonne?, o la matrice, il cui primo significato, sul dizionario della lingua italiana, è proprio utero, quello che non ho più, quello che mi è stato strappato perché era diventato una frattaglia inutile, una cavità che non avrei comunque più desiderato riempire e allora si poteva eliminare senza farsi troppi problemi, ecco, così era andata, proprio così. E ne deriva che, di conseguenza, se le parole hanno un senso – a dar retta sempre al dizionario, che come secondo significato estende la parola matrice anche ai genitali femminili esterni – anche una donna e quindi (anzi, soprattutto) una moglie snaturata sono adesso io, perché travolta da un terremoto tanto improvviso quanto devastante, non sono più “come prima”, mi sento catapultata in un’altra me che non conosco, che da un giorno all’altro si è scoperta diversa e non potrà mai tornare indietro come tutti si aspettano, Vittorio per primo. Lui sta lì, chiuso nella sua insoddisfazione, senza voler capire chi si trova davanti, ora, senza voler provare a tentare un modo nuovo per fare l’amore. Chiede ciò che ha sempre conosciuto e non vuole vedere che davanti a lui io mi sento persa, perché dopo i primi approcci dolorosi e fallimentari ho capito che avremmo dovuto imparare ad amarci in modo diverso, oppure, che lui avrebbe dovuto smettere di chiedermi di essere ciò che non potevo essere più. Come se mi avessero amputato la mano destra e lui si fosse ostinato a chiedermi di non scrivere con la sinistra, oppure avesse preteso che la calligrafia rimanesse identica a prima, senza sbavature, storture o incertezze. Una mano non ricresce, bisogna adattarsi, e una donna senza utero e senza ovaie in età fertile non è più la stessa, è disumano aspettarsi che torni a essere una bomba del sesso, ammesso che lo sia mai stata. Anche se i medici si affannano a dire il contrario, colpevolizzando le donne che non si adeguano agli stereotipi che altri hanno deciso per loro.
Questo dottore insomma ha toccato il mio tasto debole, come se mi conoscesse da una vita. Ha fatto leva sulla mia disistima e sui miei sensi di colpa.  Ma cos’è, un mago?
Finalmente mi dice che posso rivestirmi e va a sedersi dietro la scrivania. Io sto di merda e adesso non solo per i dolori alle gambe.
Quando mi sistemo di nuovo sulla sedia di fronte a lui, vedo che non accenna a scrivere alcunché sul blocchetto delle ricette. Che ne so, una diagnosi, un antidolorifico, una fisioterapia, dei raggi. Niente.
Mi guarda dritto negli occhi e mi dice: “Cambi vita, signora. Lo faccia. Ci vediamo tra due mesi e ne riparliamo. E quando telefona per l’appuntamento, sia più gentile e paziente con mia moglie. Per la visita sono duecento euro.”
Un flash, un’illuminazione mi spiega tutto in una frazione di secondo. Altro che mago. Collego la telefonata, il battibecco con quella che pensavo fosse la segretaria dall’altra parte del filo (se avessi saputo che era sua moglie non sarebbe cambiato nulla, comunque) e realizzo che tutta la visita è stata condizionata da questo. Cos’è: una vedetta? Una ritorsione? Sono talmente infuriata che non riesco a dire una parola. Pago in silenzio e me vado pensando che, tornando a casa, quando sarò molto lontana da qui, mi verrà improvvisamente alle labbra la frase tagliente per replicare. Ma ora tutte le mie parole sono bloccate in fondo alla gola, in un groppo che mi strozza. Non dico nulla, nemmeno quando, già in strada, mi rendo conto che il dottore tanto impegnato, quindi tanto importante e quindi tanto bravo, non mi ha fatto la ricevuta.


Pubblicato nel volume: M’AMA? Mamme, madri, matrigne oppure no, a cura di Annalisa Bruni, Saveria Chemotti e Antonella Cilento, Padova, Il Poligrafo, 2008 (Graphie. Testi, modelli, immagini della scrittura femminile). Racconti di Antonia Arslan, Elisabetta Baldisserotto, Annalisa Bruni, Marosia Castaldi, Saveria Chemotti, Antonella Cilento, Emilia Bersabea Cirillo, Anna Maria Carpi, Antonella del Giudice, Bruna Graziani, Gabriella Imperatori, Lia Levi, Elisabetta Liguori, Giusi Marchetta, Francesca Mazzucato, Rossella Milone, Antonella Ossorio, Morena Tartari, Anna Toscano, Claudia Vio.
pp. 240, euro 23.00, Isbn 978-88-7115-590-6

Questo racconto di  Annalisa Bruni, in seconda pubblicazione su careandpeople.net, è rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Per utilizzare questi materiali al di là degli scopi consentiti da questa licenza rivolgersi all’autrice.
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