Conversazione sui libri – con Carlo Presotto

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Cosa sono i libri per Carlo?

I libri sono oggetti strani. I miei primi ricordi di libri sono legati a “Morte nel Pomeriggio” di Ernest Hemingway.  Neppure lo sapevo che era morto pochi giorni prima che nascessi. Eppure quel libro si trovava alla mia portata, sullo scaffale basso della libreria, aveva una copertina dal dorso rosso, e dentro c’erano delle illustrazioni di tori, ed a tre anni mi piaceva sfogliarlo.

Con quali libri inizia a seguire la storia?

Qualche anno dopo,  avrei iniziato a sfogliare i libri dell’infanzia dei miei genitori: Ciondolino, Il giornalino di Gian Burrasca  di Vamba, i libroni dell’Enciclopedia del Ragazzo italiano, ma anche  i manuali di insegnante della nonna, tra i quali ricordo chiaramente il disegno dell’Inferno della Divina Commedia di Dante, un grande imbuto sezionato con un diavolone piantato proprio in fondo con un omino in ognuna delle tre bocche. Di ognuno di quei libri ricordo l’odore, ricordo la luce che c’era nell’aria, potrei mettermi nella stessa posizione in cui mi trovavo mentre li sfogliavo. Ricordo di aver letto Barnabo delle Montagne di Buzzati l’estate della seconda media, ascoltando a ciclo continuo Atom heart Mother dei Pink Floyd. Potrei andare avanti a lungo, perchè leggere  è fare esperienza del mondo anche se si resta seduti in poltrona.

Un rapporto quasi fisico con i libri…

Direi di si. In effetti la mia esperienza è fatta di cose che ho vissuto concretamente, come l’incontro con la mia compagna, la notte prima del matrimonio, i fuochi artificiali visti dalla cima innevata di una montagna giù in pianura, l’annuncio dell’attesa del primo figlio. Ma ho anche “visto cose che voi umani non potete immaginare”, il tifone al largo di Sarawack, lo sventolare delle insegne al torneo di Calais, l’odore di cera delle candele della biblioteca custodita dal vecchio frate Adelmo. Ma anche lo scorrere dei giorni visti dal metrò di Zazie, che poi ho ritrovato visitando di persona Parigi, o la Lisbona di Pessoa in cui mi sono sentito a casa riconoscendola dal primo giorno. E più avanti  ho vissuto pagina per pagina l’Isola del tesoro leggendola ai miei figli  la sera prima di dormire, e le Streghe, Willy Wonka e Coraline,  persino Harry Potter e Sherlock Holmes. E dopo averli letti ad alta voce questi libri sono diventati un segreto tra noi, qualcosa che nessuno potrà mai portarci via.

Leggere è stabilire una relazione: con il libro, con chi ascolta….

Una relazione con ciò che nel libro mi appartiene, che conosco, e con ciò che invece mi incuriosisce mi attrae. Infatti quella dei Tessitori di voce è un’esperienza in cui la pratica di lettura ad alta voce, attraverso la consapevolezza di ciò che leggere mette in moto emotivamente, diventa tessitura di relazioni. Una tessitura ancora più necessaria in tutti quei contesti dove i fili della stoffa sono lisi o lacerati, dove c’è da ritessere, da ricostruire con pazienza, filo per filo.

Come si sceglie un libro da leggere in ospedale?

E’ uno degli argomenti che spaventano di più gli aspiranti Tessitori di voce quando iniziano il loro percorso di formazione. Sarà adatto? E se leggo qualcosa che disturba chi mi ascolta? E se scelgo qualcosa che piace a me ma che a lei o lui non piace? Scegliere il libro è il punto di arrivo di un percorso di preparazione di gruppo all’ascolto, alla relazione, all’incontro. Alla fine il libro dovrà sceglierlo chi va a leggere. Ma sapendo che può contare su di un gruppo dietro di lui che lo supporta e lo accompagna.

Cosa porta i Tessitori di voce in situazioni come i reparti di Oncologia o di Pediatria, cosa li sostiene?

La passione per la lettura. I tessitori di Voce donano il loro tempo e la loro lettura perchè sono appassionati di libri. E sono convinti che trovare altre persone con cui condividere questa passione sia un bel modo per passare il tempo libero. Tanto più quando per queste persone un momento di lettura ad alta voce è come aprire per un po’ la finestra e cambiare l’aria.

 


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