Il teatro come cura

di Simone Toffanin

Avevo quasi sei anni quando una sera mio cugino Maurizio “mi prese in prestito” dai miei genitori, e mi portò a Padova a vedere uno spettacolo teatrale tratto da un testo di De Filippo.
Da quella sera, non dico che divenne un’abitudine, ma almeno una volta ogni due mesi, al sabato sera, mio cugino mi faceva visitare un teatro per immergermi in un’avventura sempre fantastica e diversa.
Poi all’età di 12, forse 13 anni decisi di “passare dall’altra parte del sipario” ,e così iniziai a fare teatro con la compagnia amatoriale del mio paese.
E, finite le medie, la mia scelta della scuola superiore fu influenzata soprattutto dalla presenza o meno nell’istituto di un corso di teatro.
E se sono ora qui a scrivere queste righe.. beh, non dovrebbe essere difficile capire cosa mi piacerà fare da grande!
Battute a parte, se è indubbio che nel teatro io abbia trovato la mia grande passione che è poi diventata fortunatamente anche lavoro, è altrettanto vero che il teatro l’ho indossato su di me come un abito che si è sempre adattato ai cambiamenti del mio corpo e della mia anima, e mi ha aiutato non poco nella vita.
Grazie al teatro ho saputo vincere la mia timidezza, mi ha fatto “uscire dal mio guscio” come diceva il mio maestro di teatro, per poter esprimere al meglio la mia personalità, senza il timore del giudizio degli altri; grazie ad esso ho capito la differenza tra le dinamiche sociali e quelle umane, l’importanza del singolo e al tempo stesso del gruppo e ho acquisito la capacità di guardare le cose e le situazioni da plurime prospettive.
Ma il teatro è stato per me (e lo è tuttora) anche uno strumento indispensabile per affrontare le sfide della vita: in esso poi mi sono rifugiato, anzi direi quasi aggrappato, per superare le improvvise dipartite dei miei genitori e gli altri momenti drammatici che tutti noi nel corso della nostra esistenza incontriamo.
Attraverso i personaggi che interpreto, le storie che “fingo di vivere”, le dinamiche umane/attoriali che si creano fra gli interpreti, riesco mettere da parte per un po’ l’ansia di vivere che ci portiamo dentro. Ma non é questa una sterile e illusoria fuga dai problemi della realtà, come chi ad esempio beve per dimenticare;  no, perché una delle tante, innumerevoli bellezze del teatro sta proprio nel darti in quei momenti di immedesimazione, la possibilità di buttare fuori attraverso la recitazione le negatività che pesano sulla tua esistenza. Fare teatro vuol dire fare esercizio fisico, e quindi sudi, ma anche esercizio mentale e spirituale, e quindi butti fuori le tossine del tuo animo.
Non sono il primo a parlare di “teatro-terapia” e dei suoi benefici e di certo non ho le competenze scientifiche per affrontare nei giusti termini una così complessa e sfaccettata questione.
Parlo per esperienza sul campo, come si dice: un’esperienza che non riguarda soltanto me, ma anche molti degli allievi che ho avuto nel corso di 15 anni di laboratori teatrali.
Spesso infatti chi si iscrive a un corso di teatro è come se volesse lanciare un sommesso grido di aiuto: non riesce a vivere serenamente la socialità, fatica a inserirsi in mezzo agli altri e cerca nel teatro uno strumento per risolvere questo problema.
Quante persone ho visto attraverso il teatro migliorare il loro rapporto con gli altri, superare le timidezze e le paure, vincere quell’innato, tipico nell’età adolescenziale, senso di inadeguatezza verso il mondo e diventare più sicuri di sé: in poche parole “uscire dal proprio guscio”.
Fare teatro (a qualsiasi livello) è mettersi alla prova, mettere a nudo la propria essenza, con tutte le debolezze e lati negativi. All’inizio questo fa paura, tantissima paura soprattutto in una società come questa dove è fondamentale apparire “perfetti”, essere dei vincenti: ma è proprio nel momento in cui il teatro ti spoglia di tutte le tue sovrastrutture sociali e ti lascia “nudo e crudo” assieme agli altri, che scatta la magia (mi piace chiamarla così). In quel momento capisci che è normale, anzi umano, avere dei difetti e che la perfezione, almeno come spesso te la fanno credere, è solo una finzione, un gioco con cui ci si può divertire, anziché esserne succubi, sfruttando proprio quei difetti che fino ad un attimo prima pensavi fossero solo un peso, ma che ora capisci che sono ciò che ti contraddistingue.
Ma il “potere terapeutico” del teatro non si limita a questo: come nel mio esempio personale di prima, esso riesce a scavare e a scandagliare fin nei più profondi anfratti dell’animo umano: più di una volta mi è capitato di avere tra i miei allievi persone che hanno superato momenti difficili della loro vita grazie alla forza vitale del teatro che, mi piace spesso ricordare, è fatto dall’essere umano per parlare all’essere umano, e quindi ci conosce bene.
In particolare mi ricordo che una volta un allievo, che stava attraversando un periodo particolarmente difficile della sua vita, mi confidò che ogni settimana non vedeva l’ora che arrivasse la sera in cui c’era il corso di teatro, per poter chiudere fuori (quasi fisicamente) dalla porta del posto dove si tenevano le lezioni tutti i problemi per almeno due ore;  e che quando , a fine della serata, riapriva quella porta aveva più forza per affrontarli.
Il teatro del resto è una meravigliosa macchina del tempo che ti trasporta in altro luogo e tempo, e ti dà la possibilità di diventare un altro, pur rimanendo te stesso: “i suoi viaggi” ti fanno capire come la realtà che vivi non è l’unica possibile, ma una delle tante possibili. E penso proprio che da questa esperienza nasca la forza di poter affrontare il brutto della vita.
E che dire di quella volta invece che andai a vedere una saggio teatrale messo in scena da un gruppo di disabili: era commovente per la bellezza vedere come quei ragazzi “sfruttassero” le proprie disabilità per caratterizzare il loro personaggio, il tutto condito con una ironia irresistibile. Ricordo poi che c’era al centro della scena un ragazzo sopra una specie di albero: è rimasto lì fermo e come accartocciato su se stesso, a quasi tre metri di altezza, per tutto lo spettacolo. Alla fine ha sollevato la testa e con tutto il fiato che aveva e un mega sorriso ha scandito ironicamente agli spettatori la frase “è finito lo spettacolo!”. Poi l’hanno fatto scendere e tutti gli interpreti lo hanno portato in trionfo come fosse stato il vincitore di una gara. Il ricordo mi fa sorridere ancora anche a distanza di anni.
Chiudo con una risposta che ebbi l’intuizione di dare a chi un giorno mi chiese provocatoriamente perché mi fossi messo in testa di fare teatro: “Faccio teatro perché sono vivo, e ho qualcosa da dire”.


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