Il cancro appresso

Sarà stato a causa dei miei impegni altrove, del poco tempo da dedicare alle relazioni amicali, non so bene com’è che è andata, ma da un certo punto in poi io, Mohammed, sua moglie Salima e i loro quattro bambini non ci siamo più visti. Poi abbiamo pure smesso di mandarci i saluti e gli auguri per le ricorrenze. Di tanto in tanto negli anni li ho pensati, però, e con affetto. Così, quando un giorno per caso incontrai lui – usciva da un supermercato cinese, io andavo in palestra – non fui imbarazzata, né sorpresa, per la questione che volle affrontare. Hamèd era sempre riuscito a mettermi in difficoltà con la domanda come-stai, cioè: te la fa più e più volte nel corso d’una conversazione, fino anche a sei volte in una conversazione di venti minuti, e non è un’intercalare. Lo fa tentando una rifocalizzazione ogni volta e lo capisci che cerca di arrivare a un grado sempre più profondo della tua risposta. Insomma, fai una fatica enorme a sfuggire alla questione. Allora, appena lo vidi, io che solitamente non amo chiedere come-stai, gliela spiaccicai in faccia, subito subito, come a dire: è-solo-un-saluto-non-devi-rispondermi-veramente. Invece lui si fece cupo e iniziò a raccontarmi della formazione tumorale che gli avevano trovato nell’intestino con l’indagine seguita all’esito allarmante degli esami del sangue. È PICCOLO, disse, PICCOLISSIMO, È OTTO MILLIMETRI. PERÒ C’È. E IO PROPRIO NON ME L’ASPETTAVO, NON ERO PRONTO, CAPISCI? NON MI CI VOLEVA ADESSO, CON BAMBINI ANCORA PICCOLI. Era un mattino tiepido di primavera, indossavamo entrambi un giubbotto leggero, dello stesso colore nero, che mi fece venire di dire: NON LA VEDREI COSÌ NERA, DAI. E lui: NOOOO, CREDIMI, NON FACCIO IL PATETICO, NON NE FACCIO UN DRAMMA A CASA! LA FAMIGLIA CERCO DI LASCIARLA TRANQUILLA E SERENA, SEMPRE, PERÒ, CREDIMI, MI STO CAGANDO ADDOSSO. Dissi che lo potevo immaginare, che la conosco la paura, mentre lui insisteva sul tempo che non passava mai, su l’attesa degli esiti dell’esame istologico come d’una sentenza alla quale non ci si può sottrarre, con le probabilità che al 70 per cento sono di condanna e al 30 di assoluzione. Si lamentò dello stato d’inerzia obbligatoria, poi del lavoro che mancava, a parte qualche traduzione richiestagli dal tribunale. Così ora veniva a pregare con più frequenza – proprio lì vicino, in moschea. Ripensai a mio padre in ospedale, quando stava morendo, che neppure una volta nominò dio o qualche santo, mentre mia madre, credente e un pochino persino praticante, aveva invitato il prete, che si aggirava quotidianamente lì nei pressi, a non fermarsi mai al suo capezzale, a lasciarlo in pace. E ripensai a mio zio, che quel pomeriggio caldissimo di giugno mi richiamò dal terrazzo, mentre uscivo, ché aveva trovato il coraggio per dirmi: È PERCHÉ NON CI SI CREDE, NOI, MA MOLTI RICORRONO A SISTEMI CHE POI IN QUALCHE CASO FUNZIONANO, e l’allungò tantissimo, per dire semplicemente che si sarebbe potuto provare ad andare giù al sud, al santuario di padre pio, quasi si trattasse d’un altro luminare da consultare.

È nei pressi del centro islamico che ho rincontrato Hamèd, oggi, dopo quasi tre mesi da quella volta. Ci siamo abbracciati, l’ho stretto, dicendo: SEI ANCORA VIVO, DUNQUE! Un po’ ha sorriso: COME STAI, VECIA? Ed io: IL TEMPO VOLA, HAI RISOLTO QUEL PROBLEMA? Ha risposto: TACI, VA’, CHÉ MI SONO PRESO UNA PAURA. E racconta velocemente delle cure alle quali ha dovuto sottoporsi, poi degli esami e controesami, dei diversi consulti specialistici avuti. La notizia buona è che il piccolissimo gnocco sembra non aumentare di dimensione e ora stanno decidendo se toglierlo oppure lasciarlo lì dov’è. Insomma, è tutto predisposto per l’intervento chirurgico. MANCA SOLO LA NOSTRA DECISIONE, fa. Chiedo: COME MAI NON TI SEI ANCORA DECISO? Dice che si trovano un po’ in confusione in merito a questa cosa, pensano al fatto che non cresce e, se non cresce, si chiedono perché andarlo a toccare. Tuttavia ci sono dei rischi, questo è stato loro spiegato, e li hanno ben chiari, quindi in un certo senso è come avessero già deciso, pro intervento, e forse vogliono solo prendere un po’ di tempo. Continuava a dire cose parlando così, alla prima plurale, ed io ero rimasta indietro, a quando disse che cercava di non coinvolgere troppo la famiglia nel suo dramma. Perciò, ad un punto faccio: NOI?! USI IL PLURALE MAIESTATIS, ADESSO? E lui: NON ROMPERE! OVVIO CHE INTENDO IO E MIA MOGLIE, MA VOI ITALIANI SIETE DIVENTATI TUTTI DEGLI INDIVIDUALISTI DI MERDA E FATE FINTA DI RAGIONARE OGNUNO PER CONTO PROPRIO, PERCHE’ FA PIÙ FIGO, NO?  Rido: MA SMETTILA, ARABO CHE NON SEI ALTRO! Ora ride anche lui, mentre mi chiede di nuovo come stia io, che cambio argomento: m’informo su la sua primogenita, che ha finito il primo anno del classico. Ci lasciamo promettendo di rivederci presto, con lui a dirmi, serissimo, che magari la prossima volta non avrà il cancro appresso. (T.)

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in conversazioni, storie, testimonianze

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...